Gli expat della pubblicità: intervista a Francesca Nobili.

Credo che ognuno di noi conosca almeno un pubblicitario che a un certo punto della propria carriera – puff! – scompare dai dintorni.

Scopri mesi dopo che non ha vinto al Superenalotto, ma ha cambiato comunque vita. 

Questi “expat della pubblicità” hanno valicato dei confini, a volte geografici, a volte simbolici, passando a fare tutt’altro lavoro.

Vorrei capire: perché? È per la pubblicità in sé? È per il sistema?

Se conoscete qualcuno che corrisponde alla descrizione, vi sarei grata se me ne scriveste alla mail flaviabrevi84[chiocciola]gmail.com.

Oggi inauguro quello che vorrei fosse un appuntamento periodico sugli expat della pubblicità con Francesca Nobili, ex copywriter a Milano, oggi…

Già Francesca, oggi cosa fai?

Vivo a Los Angeles, CA, la città per me più bella e interessante del mondo, dove lavoro come Art Director, Set Decorator e Prop Master per piccole produzioni cinematografiche, documentari, spot pubblicitari e video musicali. Amo costruire i mondi in cui avviene la magia del cinema e traggo immensa soddisfazione nel dare vita alla visione del regista. Inoltre, continuo a coltivare la mia passione per i corti in stop motion (o “passo uno”, perché l’italiano è la lingua più bella del mondo) come One-Woman Film Crew (questo lo lasciamo in inglese, per rispetto di Robert Rodriguez, l’originale). In pratica faccio tutto io, dall’Idea alla costruzione del set e dei pupazzi, animazione, riprese, montaggio, direzione di doppiaggio, sound design e post-produzione. Ho il controllo totale sul processo creativo, niente clienti, niente budget, niente deadline. Questa mia passione è ciò che mi ha fatto ottenere il visto come “Aliena di straordinarie abilità” (lo dicono loro, eh!) e i miei corti stanno ottenendo un buon successo nel circuito dei festival, specialmente qui negli USA. Perché neanche ci provo più a inviare i miei corti in Italia.

Quindi con la pubblicità hai chiuso?

Non esattamente. Da 10 anni lavoro come transcreator e VO Director, mi occupo della localizzazione di campagne internazionali e spot pubblicitari per il mercato italiano. Decisamente meno creativo come lavoro, ma mi consente di mantenere un legame con il mondo della pubblicità e di pagare le bollette.

Cosa mina di più la passione per il mondo della pubblicità?

In base alla mia esperienza personale, direi che sono due i fattori principali.

Passati ormai decenni da quando Volkswagen diede carta bianca a Bill Bernbach, il primo fattore è la mancanza di rispetto da parte del cliente nei confronti della professionalità e dell’esperienza dell’agenzia e/o del creativo. Siamo (ops, siete) diventati meri esecutori del gusto personale di chi non capisce una fava di comunicazione e creatività, ma paga e quindi muti. Ma paga, e quindi rosso su blu, l’accento sbagliato sul perché (grrr) e l’ormai celeberrimo “me lo fai un po’ più grande”. Mentre a Cannes si mandano le campagne fake per farsi belli con la pashmina al collo e la fidanzata celebrity sotto braccio.

E, guarda un po’, il secondo fattore è la mancanza di rispetto dell’agenzia stessa nei confronti di chi ci lavora. Quelli che hanno vissuto i fasti degli anni ’80 oggi sono aggrappati alla poltrona e al loro stipendio ingiustificato con le unghie e le dentiere. Non importa se chi hanno assunto a co.co.dè ne sa più di loro, è oggettivamente più bravo, si aggiorna, sa fare e ha voglia di fare. Non importa se ‘sti poveri illusi continuano a fare le 2 del mattino per vincere gare che mai saranno riconosciute loro. Neanche internamente. Neanche con una pacca sulla spalla. Neanche con una pizza dei cinesi quando lavori in agenzia anche la domenica e fuori ci sono 20 cm di neve e l’AD passa a controllare che stiate davvero lavorando (duh?!), si dà una grattata di palle e va via ché lo aspettano da Cracco. Troppo dettagliato? L’ho detto che avrei parlato in base alla mia esperienza personale.

E così, chi sa fare e ha voglia di creare, piuttosto rischia e diventa freelance, per poi interfacciarsi direttamente col cliente di cui sopra. E così, dopo diecimila modifiche ridicole e i tanti, troppi mancati pagamenti, chi sa fare e ha voglia di creare, si mette a fare altro.

Perché non si sceglie di essere creativi. Essere creativi è una necessità. Come uno starnuto. E si sa che bloccare uno starnuto può avere serie conseguenze sulla salute.

E si sa che i creativi hanno un ego tutto particolare.

Bisogna rispettare il creativo.

Altrimenti finisci come stanno finendo tante agenzie pubblicitarie. Male.

David Ogilvy diceva “Tolerate genius”.

Oggi, probabilmente, sarebbe costretto a dire “Respect genius”.

Conosci altri “expat” della pubblicità come te? Mi riferisco a persone che non sono necessariamente andate via dall’Italia, ma che sono scappate dal nostro lavoro.

Ne conosco qualcuno ed è interessante il fatto che anche loro erano copywriter e si sono dati ad arti visive. Sono diventati tatuatori, fotografi, registi… Dalle parole alle immagini. Non posso parlare per loro, ma per me si è trattata di una necessità (come sempre). Avevo mille storie in testa e le parole non mi bastavano più. Così ho iniziato a muovere oggetti, millimetro dopo millimetro, davanti ad una telecamera, e ho appreso ciò di cui avevo bisogno per dare vita a quelle storie. Nel farlo ho scoperto la pace mentale del lavoro manuale e da lì a costruire mondi a suon di martello e trapano è stato un attimo. Più o meno.

Giusto per non lasciare chi ci legge e la sottoscritta in compagnia di ansia e pessimismo, ci fai vedere uno dei tuoi corti e puoi giustamente vantarti dei risultati ottenuti? 

Nessuna ansia e pessimismo, anzi, spero che la mia storia sia di ispirazione. Se hai passione per ciò che fai e hai voglia di fare, tutto è possibile. Oggi non rimpiango nulla. Ho sofferto e combattuto, ho pianto (tantissimo) ma non ho mai smesso di crederci. Impossibile. A muso duro e cuor leggero, oggi vivo la vita dei miei sogni, all’insegna della creatività e della libertà. E, soprattutto, non mi annoio mai. Ma lasciare l’Italia era un passo necessario verso questo obiettivo. Non sarei mai riuscita a fare a Milano o Roma quello che sto facendo qui. Perché non basta la voglia di fare e una certa dose di talento, serve anche l’opportunità.

E gli Stati Uniti mi hanno dato quell’opportunità che, nel giro di tre anni, mi ha portato a calcare un bel po’ di red carpet e finire su Getty Images, anche se faccio ancora tanta fatica a mettermi in posa come una piccola teiera. Decisamente sono più a mio agio dietro la telecamera.

A Tale Of A Sassy Little Girl è, in ordine cronologico, il mio ultimo corto. L’idea iniziale era quella di realizzare un video per augurare Happy Halloween ma, per il principio che alla fine faccio sempre quello che voglio, mi sono ritrovata a raccontare la storia di una bambina che affronta e sconfigge i suoi “mostri” con coraggio e, soprattutto, grazie alla sua creatività. 

Un messaggio per me molto importante, in quanto donna e creativa.

E adesso la ruota di pavone. Cerco di farla breve.

La mia Sassy Girl è stata proiettata a 26 festival cinematografici. È arrivata semifinalista a 4, finalista a 2, ha vinto 9 premi tra cui 3 come Miglior Corto di Animazione, e mi ha valso 2 premi personali, il Wonder Woman Award e il Best Women Over 40 (subito ribattezzato “premio geriatrico”).

Ma, se mi consenti, vorrei approfittare di questa opportunità (vedi quanto è importante per un creativo avere un’opportunità?) per mostrare un altro corto a cui sono molto affezionata e che non è mai riuscito a sbarcare in Italia. È un mini documentario a passo uno sulla vera storia di Francesco Leonardi, l’inventore dell’Amatriciana. Ho realizzato questo corto come parte della mia serie di ricette animate, ma soprattutto per commemorare le vittime del terremoto del Centro Italia del 24 agosto 2016. L’avevo inviato a dei festival romani, ma… Vedi sopra.

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