Le conseguenze della pubblicità

“Erano pubblicità, ma non m’importava niente dei prodotti, erano le modelle che m’interessavano. Le guardai per decidere come volevo essere.

Strappai le labbra rosse della ragazza che pubblicizzava sigarette, e il mento aggraziato della madre nella pubblicità della zuppa di pomodoro. Scelsi gli occhi azzurri della donna che adorava lo sciroppo d’acero e poi le ciglia bionde della ragazza che mangiava un hot dog. (…)

La fanciulla che vendeva biscotti aveva una bella fronte dalla pelle chiara e quella che beveva aranciata fluenti capelli biondi. Infine ritagliai le orecchie della giovane del succo d’uva: portava orecchini arcobaleno.

Incollai i vari pezzi sul pavimento in modo da comporre una faccia. Poi mi distesi sopra la mia ragazza dei giornali, come se per qualche strana magia potessi fondermi con quella fanciulla bionda dalla carnagione chiara, bella come mi sarebbe piaciuto diventare. (…)

Credevo di vedermi trasformata dalla mia creazione, invece ritrovai me stessa, anche se, guardandomi, pensai che forse non mi dispiaceva il modo in cui sul mio volto cominciavano a risaltare gli zigomi. Poi, però, ricordai che nessuna di quelle ragazze della pubblicità mi assomigliava neanche lontanamente, e pensai che qualcosa doveva pur dire. Non potevo essere bella in un mondo di biondine sorridenti.”

Il caos da cui veniamo

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