La lingua italiana se ne frega della tua cacofonia.

“Succede che ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone. In questo senso, chiamare le donne che fanno un certo lavoro con un sostantivo femminile non è un semplice capriccio, ma il riconoscimento della loro esistenza.”

Femminili singolari

Vera Gheno è sociolinguista, docente, traduttrice dall’ungherese e scrittrice. Attualmente collabora con la casa editrice Zanichelli, e prima ha lavorato per l’Accademia della Crusca, di cui è stata anche gestrice dell’account Twitter ai tempi dell’affaire #petaloso (per 48 ore tra i trending topic mondiali).

Gestrice ti suona male? Bene, perché proprio di questo parla nel suo libro “Femminili singolari”.

So che ci sono persone restie ad usare il femminile delle professioni. Alcune professioni. Perché finché si tratta di “operaia”, “casalinga” o “segretaria” non fanno alcuna opposizione. È quando sono in gioco lavori prestigiosi e apicali che subentra il problema.

Invocano la cacofonia per giustificare la loro avversione per “la sindaca”, “l’avvocata” o “la chirurga”. Per non parlare “dell’architetta”, così volgare!

Ma se la cacofonia è una questione soggettiva e personale, l’italiano è una questione oggettiva e collettiva. E Vera Gheno c’insegna che non esiste alcun impedimento di natura linguistica per scegliere i femminili. Semmai, le motivazioni che ci portano a rifiutarne l’uso sono di natura politica e culturale. Perché ci suona male ciò che non siamo abituati a sentire e noi parlanti siamo perlopiù conservatori.

Se usiamo “ministra” non stiamo facendo alcuna rivendicazione femminista; stiamo semplicemente declinando in maniera corretta un termine, come facciamo anche per “maestra” o “infermiera”. Non si tratta nemmeno di un neologismo, dato che esisteva già in latino con la valenza di governante della casa – semmai è un ampliamento semantico. Lo stesso discorso vale per “avvocata”, appellativo col quale ci si riferiva alla Madonna, quando l’attività forense era ancora preclusa alle donne.

Oggi siamo libere di studiare giurisprudenza; non dimentichiamoci che è stata una conquista, non diamola per scontata e soprattutto non sviliamola chiedendo di essere definite avvocati/notai/magistrati perché vogliamo la stessa dignità dei nostri colleghi. Proprio nel credere che la competenza sia in mani (e forme) maschili risiede il problema.

Ci sono molti motivi per cui consiglio la lettura del libro della Dottoressa Gheno e, senza spoiler (questo sì che è un neologismo), posso anticiparti che ho trovato particolarmente interessanti i punti in cui si parla di:

  • “minchiarimento”, ovvero la traduzione italiana di “mansplaining”;
  • le tre reazioni alla tecnologia in base alla fase di vita in cui ci troviamo;
  • l’androcentrismo linguistico come problema italiano e non francese, tedesco o spagnolo;
  • il falso mito del neutro all’inglese;
  • come un prestito dal napoletano può essere la soluzione alla questione di genere.

Chiudo con una citazione che vale come risposta a chi dirà che sono ben altre le preoccupazioni di cui occuparsi:

“Le questioni linguistiche non sono mai velleitarie, perché attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero, la nostra essenza stessa di esseri umani, ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. La lingua non è un accessorio dell’umanità, ma il suo centro.”

Vera Gheno

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