La lettura superficiale delle book influencer.

Settimana scorsa un quotidiano nazionale ha pubblicato un articolo dal titolo Social, sessiste e “carine”. Ecco le influencer (modaiole) del libro“.

In poche parole, l’autore punta il dito sulle book influencer, ree di:

  1. aver monopolizzato le conversazioni attorno ai libri;
  2. ottenere successo senza grossi sforzi né particolari meriti.

Sul primo punto tornerò più avanti, ora vorrei concentrarmi sulla stilizzazione che equipara le content creator a nullafacenti. Da social media manager, ne so qualcosa di battute tese a sminuire questi nuovi lavori, soprattutto da parte di chi è estraneo al settore della comunicazione.

Mi stupisce però che un giornalista si fermi alla superficie, quando dovrebbe sapere che dietro alla formazione di un pubblico e alla creazione di prodotti culturali ci sono diverse capacità in gioco, come:

  • la stesura di un piano editoriale, perché sui social i lunghi silenzi sono rischiosi – l’offerta è vasta e bisogna sempre ricordare alla community la propria esistenza e identità.
  • L’uso di diversi strumenti tecnici, da CMS a programmi di photo editing (no, i filtri non bastano). Quelle che sono presenti su YouTube, come Julie Demar, devono conoscere anche i programmi di video editing.
  • La conoscenza del linguaggio specifico del mezzo/canale in cui si trovano, che implica spesso una buona capacità di scrittura e sintesi.
  • L’analisi degli insight e relative deduzioni, con decisioni che ricadono sul piano editoriale.

Dicevo, mi stupisce che un giornalista sia all’oscuro di tutte queste competenze, in quanto sono molto più vicine al suo lavoro che a quello delle commesse o delle vetriniste a cui si rivolge a fine articolo, invitandole a provare la carriera di content creator – col messaggio sottinteso che se ce l’hanno fatta Petunia Ollister o Veronica Giuffrè, può farcela chiunque.

Ma c’è di più, e cioè che in effetti in una redazione quelle stesse competenze vengono ricoperte da diverse professionalità (direttore, giornalista, grafico…), mentre le book blogger devono fare tutto da sole.

Parlo sempre al femminile perché l’autore dell’articolo riconduce i peccati di cui si macchiano le content creator al fatto che siano donne, con tutti gli stereotipi connessi, dal sacrilego accostamento oggetti leziosi/Oggetto Libro fino all’incensamento su Donna Moderna: “chi altri sennò, mica Alberto Arbasino“.

Il sessismo permea tutto l’articolo, perché non c’è bisogno di scrivere che le donne sono inferiori agli uomini per essere maschilisti, basta dire:

“sono stato attratto da Libriamociblog, perché gli influencer sono due, Chiara Bonardi e Matteo Taino. Trentamila follower. Ho pensato: c’è un uomo, magari influenza l’influencer donna e viene fuori qualcosa di diverso”.

Dove “diverso” sta per “valido”.

Eppure c’è di peggio che essere una donna che parla di libri: essere una donna che parla solo di libri scritti da donne, come fa Carolina Capria. Non è forse questo il sessismo? Si chiede la firma dell’articolo.

Ancora una volta, una domanda che potrei aspettarmi da tanti, ma non da un comunicatore professionista che dovrebbe conoscere la differenza tra l’essere contro gli uomini e l’essere contro il maschilismo. L’ha scritto una femmina è un’iniziativa propositiva rivolta a tutt*.

A scuola quante opere di scrittrici vengono assegnate come lettura all’intera classe? Avete mai fatto caso che un uomo difficilmente menziona una donna tra i suoi autori preferiti? Io ho fatto una piccola indagine tra i miei contatti. Ed è innegabile che esiste un pregiudizio per cui quelle degli uomini sono storie sull’umanità, mentre le autrici fanno solo storie sulle e per le donne. Ce lo ricorda anche la regista del film “Piccole donne”:

“Il libro è un grande classico ed è incredibile che i maschi non lo leggano. Eppure noi abbiamo letto Moby Dick e ci siamo identificate, anche se racconta di una balena e un branco di cacciatori in mare.”

Greta Gerwig

Vorrei chiudere questo lungo post con la riflessione di Carolina Capria, che centra in pieno il vero tormento che attanaglia il caro giornalista:

“Nel 2020 esistono spazi nuovi che stanno diventando anche spazi lavorativi (anzi, direi che ormai lo sono). Essendo questi spazi vuoti perché appunto relativamente recenti, le donne non hanno dovuto lottare con le unghie e con i denti per occuparli, ma sono entrate calme calme e senza difficoltà. Diventare influencer, aprire un blog, inventarsi un mondo, un marchio, è relativamente più facile di diventare, chessò, caporedattore di un grande quotidiano. E non perché fare la prima cosa sia semplice (col cacchio che lo è) ma perché la seconda prevede di sfondare il famoso soffitto di cristallo. Quando ci si è resi conto che questi spazi che stavano diventando di potere se li stavano accaparrando le donne, è iniziata l’opera di svilimento delle loro attività.

Carolina Capria
Puoi risalire alla fonte originale cliccando qui o sull’immagine.

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