Il Coronavirus e il potere delle parole.

“Avere un nome è importante per impedire l’uso di altri nomi che possono essere inaccurati o rappresentare uno stigma. Dovevamo trovare un nome che non fosse di un luogo geografico, di un animale, di un individuo o di un gruppo di persone, che fosse pronunciabile e legato alla malattia.”

Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

E così non abbiamo fatto neanche in tempo a memorizzare 2019-nCoV che già hanno cambiato nome al Coronavirus, oggi SARS-CoV-2.

“Era poi così necessario?” mi sono chiesta.

Scopro quindi che nemmeno il campo medico è immune dalla regola per cui le parole che scegliamo hanno un effetto sui pensieri e, quindi, le azioni: aggiungere “SARS” significa ricordare la parentela con la Severe Acute Respiratory Syndrome e la corretta definizione aiuta nella ricerca di una cura.

Come per HIV e AIDS, il virus ha un nome diverso rispetto alla malattia, la Covid-19.

L’esempio dell’HIV ci torna utile anche per capire come mai l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia un intero manuale dedicato alla giusta nomenclatura delle malattie.

Nel 1982 un articolo del New York Times usava per la prima volta il termine GRID, la Gay-Related Immune Deficiency, una sigla contenente un pregiudizio che ha fuorviato la percezione comune sul rischio di contrarre l’AIDS e sulla necessità di tutti di usare le dovute precauzioni.

E chi di noi sapeva che dal 2012 esiste un tipo di Coronavirus con un tasso di mortalità più alto di quello proveniente dalla Cina? È la MERS, la Sindrome Respiratoria Medio-Orientale, e forse nel suo nome è contenuta l’origine del disinteresse dei media. Non solo: pensare che una patologia non sia “affare nostro” può avere anche l’effetto collaterale di portare a un minore investimento nella ricerca di una sua cura. Per la MERS, attualmente, non esiste un vaccino di prevenzione né una terapia specifica per la guarigione.

Il linguaggio è stato nevralgico anche quando si è trattato di convincere i genitori a vaccinare le proprie figlie dal Papilloma Virus, poiché andava a toccare un tabù. Alcuni padri e alcune madri non volevano immaginare che le loro bambine (il vaccino è consigliato dai 12 anni in su) potessero avere una vita sessuale – o, peggio, che il vaccino potesse incoraggiarle ad averne una, dato che poi sarebbero state protette. È dovuta intervenire l’Associazione dei Ginecologi Americani per chiedere di non pensare alla “S word” (sex), ma alla “C word” (cancer), e cambiare la percezione dell’HPV.

Non sto puntando il dito contro nessuno: io stessa ho sempre dato per scontato che dei termini così scientifici dovessero per forza essere “neutri”, ma nessuna parola lo è veramente, in quanto portatrice di associazioni.

Se oggi ho scritto questo articolo è solo grazie alla riflessione che la giornalista scientifica Roberta Villa ha scaturito ieri durante Potere alle Parole, l’evento organizzato da Strategic Tools per lanciare il libro di Vera Gheno, di cui ho già parlato qui.

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