Blog Feed

In evidenza

AAA cercasi donne che lavorano nella comunicazione.

Niente cambia all’istante. In una vasca che si scalda a poco a poco, finiremmo bolliti vivi prima di accorgercene.

Il racconto dell’ancella

Nel 2010 seguivo almeno una quarantina di blog sulla comunicazione. Erano di due tipi: quelli che mostravano le pubblicità e quelli che parlavano dell’advertising.

In quest’ultimo gruppo, a volte ci si spingeva anche su argomenti scomodi, come le gare selvagge e il precariato a tempo indeterminato dei giovani.

Dietro il nickname del blogger poteva celarsi un direttore creativo come uno studente. E almeno in questo campo, non esisteva gender gap: le donne erano tante quanti gli uomini. Eravamo in quel magico momento in cui ti sembra che una nuova tecnologia stia davvero cambiando le cose e che tu stia contribuendo a quel miglioramento. Era un’illusione, naturalmente.

Nel 2012 la principale piattaforma su cui poggiavano questi blog, la compianta Splinder, chiudeva i battenti mentre stava emergendo la nuova tendenza di mercato: il microblogging dei social network.

Facebook, Twitter, LinkedIn: quelle che oggi consideriamo come le reti che aiutano ad avvicinarci, in realtà sciolsero le community dei comunicatori di professione, perché tutti erano diventati partecipanti attivi della comunicazione di un brand.

E oggi che non siamo più protetti da nickname ma abbiamo un profilo che riporta il nostro nome e cognome, siamo un po’ meno portati a scrivere di quell’agenzia che fa lavorare gli stagisti fino alle 2 di notte, o quell’azienda che invia i brief di venerdì chiedendo delle proposte per il lunedì.

E sono sparite le donne, le insider del mondo dell’advertising. Devo quindi pensare che sia tutto risolto? Che se vado a spulciare le risorse interne, non noterò una discrepanza tra la percentuale di donne ai piani bassi e quelle al vertice? Che è stata raggiunta la parità salariale, a differenza di ciò che sta succedendo nelle altre industrie? E che tutto ciò è confermato dal fatto che non c’è più oggettivazione del corpo femminile in pubblicità?

Questo blog nasce per trovare le risposte a queste domande. Insieme lo faremo meglio.

Cerco donne che lavorano nel campo della comunicazione e che hanno voglia di stendere un piano per far sentire la nostra voce.

Non m’interessa che siano professioniste da uno o trenta anni, che lavorino in azienda o in agenzia, che siano in una piccola realtà o in una multinazionale.

Il modo in cui le donne vengono raccontate oggi dipende anche da ciò che esce dagli uffici in cui passiamo le nostre giornate, per questo dobbiamo essere partecipi della nostra stessa narrazione.

Sia chiaro che non ho niente contro gli uomini – d’altronde ho tanti amici maschi – per questo, se volessero aiutarmi, potrebbero farlo condividendo questo post sui social o segnalandolo alle loro colleghe, cape, amiche, compagne, parenti.

Buon nuovo inizio a tutti.

Noi siamo complessità

Posso essere la persona che si congratula con Vanessa Incontrada per la risposta che ha dato ai suoi detrattori e alle sue detrattrici (e solo chi usa Twitter sa di cosa sono capaci) con questa copertina. 

Posso essere la persona che dice che qui di rivoluzionario per tutte noi c’è ben poco, se la concessione che ci viene fatta è quella di una taglia in più, ma il corpo che ci viene mostrato a modello è sempre abile, glabro, bianco, levigato, photoshoppato.

Posso essere quella che rimangia poi tutto, perché si ricorda che essere femminista significa prima di tutto lasciare che le persone si autodeterminino.

Posso essere però anche la cinica pubblicitaria che ha come il presentimento che il giornale abbia fatto i suoi interessi, più che quelli della causa.

Posso essere amareggiata per quelli a cui indichi la luna e rispondono “per me è bellissima, una botta gliela darei eccome”.

Posso essere ottimista, perché per il nostro Paese anche questo piccolo passo è già tanto.

Posso sentirmi sconfitta perché ancora una volta è sul corpo che si gioca la battaglia delle donne. Non sui nostri pensieri, sui talenti o le professioni. No, su due rotoli e su quanta porzione di pelle mostriamo.

Posso divertirmi chiedendomi se mai un Gerry Scotti abbia sentito la necessità di mettersi in posa nudo per rivendicare il proprio spazio in TV. E posso poi domandarmi se quello che ho appena fatto non sia comunque body shaming.

Se posso essere sincera, ho scritto e cancellato questo post almeno 5 volte, perché non so se davvero se ne debba parlare o quale sarebbe il mio contributo alla discussione generale.

Posso pensare tutto e il contrario di tutto in meno di un minuto, e non vedervi contraddizione, perché è una questione che non può risolversi con un “sì” o con un “no”. Qui c’è del giusto e dello sbagliato che vanno allegramente a braccetto.

Perché noi siamo complessità.

I 3 migliori profili Instagram di un personaggio TV

In estrema sintesi, i cosiddetti influencer di Instagram si dividono in due categorie:

  • content creator nati sui social e che lavorano coi social;
  • personaggi televisivi che hanno aperto un account su IG.

Per i primi il lavoro di creazione di una community è più lento e faticoso, mentre per i secondi si tratta spesso di trainare un pubblico dal piccolo al secondo schermo.

Per i content creator è cruciale trovare la propria area di rilevanza (libri, maternità, politica americana…), mentre per i personaggi tv è l’eccezionalità stessa del proprio lavoro e, di conseguenza, del proprio stile di vita a fare da materiale per post. Questo è il motivo per cui spesso li vedo in difficoltà con uno strumento che credono di aver capito, ma di cui confondono il linguaggio con quello televisivo.

Ma oggi non siamo qui per puntare il dito, questo è il primo articolo dopo le vacanze del 2020, e abbiamo tutti bisogno di un po’ di leggerezza. Opterò quindi per il rinforzo positivo e mostrerò i 3 personaggi televisivi che meglio se la cavano nel regno dei cuoricini.

3° posto: Giorgio Mastrota

No, niente pentole né materassi qui.

È normale che un personaggio televisivo voglia “apparire”, anche nei suoi contenuti Instagram. Metterci la faccia fa parte del mestiere, inoltre è più facile ricevere consensi se il tuo è un volto familiare.

Per questo, quando ho scoperto l’account Instagram di Giorgio Mastrota, sono rimasta particolarmente colpita: lui non c’è mai. O meglio, di lui compare solo una parte: il pollicione, scelto anche come nome utente.

Quella che vediamo è sì la sua vita quotidiana, ma da un punto di vista particolare. Una vera e propria scelta stilistica. Fossi Gianni Morandi, mi starei mangiando le mani per non averci pensato io stesso prima.

Sulle Storie ci si deve ancora lavorare, ma intanto la medaglia di bronzo all’originalità è sua.

2° posto: Andrea Delogu

Nella prossima vita vorrei rinascere lei, grazie.

Conduce programmi televisivi e radiofonici, ha scritto due libri e da quanto apprendo da Wikipedia ha pure un album nel suo cv. Quando hai così tanti interessi, è più facile creare contenuti che poi interessino anche chi ti segue. Andrea Delogu riesce così a passare dal suo lavoro a delle mini-lezioni di etimologia (con #unaparolaaldì) a una buona dose di autoironia in maniera convincente. Potrebbe esserci un/a social media manager dietro di lei, ma non mi stupirei troppo se invece scoprissi che è tutta farina del suo sacco. Questo è per me avere un’identità digitale che corrisponde col tuo brand.

1° posto: Daniela Collu

I veterani dell’Internette ricorderanno che Daniela aveva un blog, Stazzitta, e quindi mi rinfacceranno il fatto che sì, è personaggio televisivo, ma creava contenuti digital ancor prima della nascita di Instagram.

Più che il feed, di Daniela Collu amo seguire le Stories, divise a rubriche come è giusto che sia, così che in base alle tue passioni tu possa trovare un circoletto a riguardo. Nello specifico:

  • 1 minuto d’arte: che spesso sfocia un po’ più in là dei 60 secondi promessi, che però non sembrano mai abbastanza. Io sono una di quelle che durante le lezioni di storia dell’arte a scuola si distraeva sempre, ma sono anche quella che deve entrare in ogni chiesa o museo per vedere quali opere nasconde al suo interno. Ecco, Daniela riesce a creare quel ponte tra la nozione didattica e l’aneddoto curioso che ti fa superare l’ostacolo della noia. Da non perdere la puntata “Vaticani” dove si parla di… Davvero devo essere così didascalica?
  • Terapia di gruppo: la posta del cuore che ci meritavamo da ragazze, quando sui giornaletti ci volevano spacciare per romanticismo tutto, persino le trappole dei narcisisti patologici.
  • Analisi del testo delle canzoni italiane che ci hanno rovinato la vita mentre come stronzi le cantavamo in macchina. Per ora purtroppo figura solo “Fiori rosa, fiori di pesco”, di Battisti, ma confido nel grande apporto che potrebbe dare, che so, Umberto Tozzi per esempio.
  • Buonanotte un cazzo, una raccolta di poesie sparse di autori vari lette in attimi diversi accomunate dallo scopo di farci struggere nel letto fino all’alba.

Questa è la mia personale classifica dei personaggi televisivi dai profili Instagram più interessanti. E tu che mi leggi, sei d’accordo?

Cosa ho imparato sulla negoziazione

Proprio nei giorni in cui stavamo assistendo alle estenuanti trattative per il Recovery Fund, ho terminato la lettura di “Tre volte più grandi”, imparando molto sulla negoziazione soprattutto in relazione alla disparità di genere.

Se fossimo su Instagram, immagino che qui ci andrebbe scritto #gifted, ma non sono abbastanza influencer per poterlo usare. In ogni caso, ringrazio Samantha Gamberini per il prezioso omaggio.

Condividerò qui alcune pillole, col rammarico di chi non può riprendere per intero il testo originale:

  • Una ricerca ha dimostrato che le donne hanno la tendenza a sottovalutare il proprio contributo quando si partecipa a un lavoro di gruppo.
  • L’antropologo Dan Gruspan ha osservato che in ambito accademico (in particolare nelle scienze naturali o fisiche) i maschi hanno più probabilità di essere cercati dai loro colleghi di studio come esperti della materia. Assegnano insomma la competenza ad altri maschi, di cui sovrastimano le prestazioni. Questo non accade alle femmine che non si regolano sul genere, ma sulle effettive capacità.
  • Le donne sono meno propense degli uomini a iniziare una negoziazione e la letteratura scientifica sostiene che c’è una concausa con la disparità salariale. Come dico sempre, lo stipendio è il valore che viene attribuito alle nostre competenze sul mercato del lavoro. Se le donne vengono pagate meno dei loro colleghi, il messaggio che continuiamo a tramandare è che le lavoratrici sono inferiori.
  • Per convincere qualcuno a ottenere qualcosa che vogliamo, abbiamo due leve potenti: o le sue stesse parole (nessuno vuole contraddirsi) o il silenzio (per chi lo subisce è difficile da gestire e tenderà a volerlo coprire con altre parole, scoprendosi sempre più).
  • Altro dato negativo: in fase di negoziazione si mente di più alle donne. E a mentire loro non sono solo gli uomini. Perché questa tendenza? Per un mix di credenze, da quella che ci vede essere più raggirabili in quanto meno competenti, a quella che ci vuole istintivamente materne e pertanto più indulgenti in caso di smascheramento dell’inganno.
  • Le donne sorridono più degli uomini in situazioni lavorative. È un bene? Non esattamente: i ricercatori della Boston University hanno rilevato che le persone sottomesse sorridono di più in presenza di soggetti dominanti o superiori. Ricordiamoci sempre che per condurre bene una negoziazione è necessario che ambedue le parti riconoscano di essere interdipendenti.
  • Le donne soffrono più spesso della “sindrome dell’impostore“, la percezione per cui non ci si sente all’altezza dei successi conseguiti.
  • Più di uno studio ha appurato che nella valutazione di un lavoro le donne ottengono giudizi migliori solo se non viene reso noto il loro genere, altrimenti vengono penalizzate (pensiamo a quante scrittrici hanno dovuto fingersi uomini affinché i loro libri non venissero declassati a romanzetti).

Mi fermo qui, altrimenti dovrei pagare il copyright alle due autrici di questo saggio. Ci tengo però a precisare che il libro non è solo una serie di statistiche deprimenti, ma fornisce anche esercizi e consigli per ribellarsi alle discriminazioni. In estrema sintesi, le donne devono imparare a:

  1. non isolarsi;
  2. coltivare relazioni professionali anche al di fuori del proprio ufficio;
  3. iniziare a dare un valore al proprio tempo, anche quello impiegato per la cura della casa e della prole;
  4. non dimenticare o sminuire i diritti conquistati.

E, aggiungo, continuare a lottare contro il patriarcato.

“L’ho notato anch’io, disse Hewet […] Il rispetto che le donne, anche quelle molto istruite e molto capaci, hanno per gli uomini” continuò. “Credo che abbiamo su di voi quello stesso potere che si dice abbiamo sui cavalli. Ci vedono tre volte più grandi di quello che siamo, altrimenti non ci obbedirebbero mai. Per questa ragione, sono incline a pensare che non otterrete nulla nemmeno quando avrete il voto.”

Virginia Woolf, La Crociera.

5 cose che un social media manager paraculo non ti dirà mai – 2020 edition.

Quattro anni fa ho pubblicato su LinkedIn “5 cose che un social media manager paraculo non ti dirà mai”. Mi sono chiesta se nel frattempo ci fossero delle modifiche da fare all’elenco e la risposta che mi sono data è: oooh, sì. Vediamo come lo riscriverei oggi.

  1. Non puoi contare sull’influencer marketing.

In questi anni ho letto svariati report riguardo ai numeri che girano attorno agli influencer: quanti follower hanno, quanto engagement generano i loro contenuti, quanta conversazione si muove attorno a loro. Ma ancora non ho letto nulla sulle conversioni, mi sembra ci sia molta omertà sui risultati di vendita e tutte le varie capsule in collaborazione con influencer che ho visto nascere e andare rapidamente sold out non rispondono a una domanda fondamentale: quante erano le copie disponibili?

Nel dubbio, diffidate da quegli influencer che trattano i prodotti come se fossero in una televendita, e affidatevi a dei bravi content creator che sappiano creare linee editoriali cucite addosso al vostro brand. Nessuno vi può garantire le vendite, ma che almeno ci sia della vera awareness.

2. Nessuno vuole vedere il tuo spot TV su YouTube.

Per “spot TV” intendo quei classici commercial che impiegano 25 dei loro 30 secondi per elencarti una serie di aggettivi che descrivono il prodotto. A nessuno gliene frega, a parte te. Quello che vogliamo da un video su YouTube è che:

  • ci faccia ridere (o apparire divertenti in caso di condivisione);
  • ci informi (o ci faccia apparire informati in caso di condivisione);
  • ci commuova (o ci faccia apparire sensibili/poetici in caso di condivisione);
  • ci dia una scusa per parlare di noi, dei nostri interessi, ricordi, pensieri.

Il resto è solo televendita.

3. Nessuno vuole vedere il tuo evento live su Facebook.

Di cosa si nutrono i social network, a parte del tuo tempo? Della tua FOMO, la Fear Of Missing Out. Quella strisciante ansia che ti viene quando sei sconnesso da troppo e temi di esserti perso la notizia del momento e, conseguentemente, di non essere tra i primi a commentarla. Le dirette di Facebook e Instagram bloccano per almeno mezz’ora il newsfeed: devono davvero valerne la pena. Se non hai un argomento forte o almeno un ospite magnetico, l’effort potrebbe essere maggiore delle views.

4. Nessuno ti segue su tutti i tuoi canali social.

A meno che tu non dia loro un motivo per farlo, variando gli obiettivi e la linea editoriale in base alle specificità del canale. Aumentare la tua presenza social non è detto che porti come conseguenza un maggior numero di follower, ma sicuramente aumenterà le risorse che dovrai impiegare sulla produzione dei contenuti. Un TikTok non è una story di Instagram, per quanto tecnicamente siano entrambi un video.

5. A nessuno interessa quello che dici.

Tutti i brand sono come delle aspiranti Miss Universo: davanti ai microfoni dicono di volere la pace nel mondo. Ma quanti di loro si muovono concretamente per migliorare nel loro piccolo le cose? Il futuro della comunicazione sarà di chi avrà azioni da annunciare, non buone intenzioni da proclamare. Vedi alla voce: greenwashing, pinkwashing.

Hai altri punti da aggiungere all’elenco?

No fiducia, no influencer.

Due influencer diversissimi in tutto – nei contenuti, nel tono di voce, nel posizionamento – si sono ritrovati accomunati pochi giorni fa dall’essersi macchiati della stessa colpa: aver rotto il patto di fiducia con la propria community per aver raccontato una bugia.

L’effetto sui follower sarà stato il medesimo? Vediamo.

IMEN JANE, L’ECONOMISTA SENZA LAUREA.

La bio epurata

Una giovane economista che, grazie alla sua capacità comunicativa, è riuscita a rendere social argomenti come lo spread e la BCE. Ecco l’immagine che ci siamo fatti di Imen Jane Boulahrajane, grazie anche agli interventi televisivi e agli articoli che, celebrando la sua vasta followerbase l’hanno a loro volta incrementata (Donna Moderna a settembre 2019 parlava di 60.000 follower, ora sono oltre 300.000).

La sua bravura le è valsa la menzione nei 30 talenti Under 30 di Forbes e il suo spirito imprenditoriale l’ha portata a fondare Will, un progetto editoriale che vuole fare un nuovo giornalismo.

Tutto procedeva per il meglio fino al 15 giugno, giorno in cui Dagospia pubblica un articolo dal titolo vergognoso (“La rottura dell’Imen”) ma dal contenuto veritiero: in realtà l’influencer non si è mai laureata, come conferma poche ore dopo lei stessa, prima togliendo la dicitura “economista” dalla bio di Instagram e poi confessando che mancano ancora degli esami per concludere la carriera universitaria.

Nessuno mette in discussione la capacità divulgativa di Imen, ma è chiaro che una bugia del genere mina la sua affidabilità. La fiducia della community si è incrinata e il fuggi-fuggi dei follower (- 7000 in una settimana) ne è la dimostrazione.

MIRKO SCARCELLA, IL RE DEI SOCIAL È NUDO.

Quando sei così umile da chiamare il tuo libro La Bibbia

Un giovane self-made man che ha scoperto la formula magica per “rompere” l’algoritmo di Instagram e trasformare chiunque in un influencer. Ecco l’immagine che Mirko Scarcella si è cucito addosso, grazie anche agli interventi televisivi e agli articoli che, definendolo “evangelista” e “re” dei social, hanno aumentato nei suoi follower la percezione di seguire una persona con una certa competenza e un certo portafoglio (clienti, ma non solo).

Donald Trump, le Kardashian, l’Università di Harvard… Questi erano solo alcuni dei nomi con cui millantava di lavorare. Fino al servizio delle Iene del 16 giugno, quando di fronte alle domande dirette dell’inviato ha negato tutto.

Inoltre si è scoperto che la magica formula algoritmica di Mirko consisteva nel comprare follower e interazioni da una delle tante piattaforme (illecite) online, come dimostrato dalla provenienza geografica e dai contenuti degli stessi profili, palesemente fake.

Se anche qui è stata messa fortemente in discussione l’affidabilità del personaggio, il caso ha una differenza rispetto a quello sopra. Perché a Imen viene riconosciuta una capacità divulgativa per cui la laurea sarebbe stata solo un’ulteriore conferma. Mentre Mirko è stato riconosciuto competente per i risultati che ha vantato, e che si sono dimostrati falsati. Per dirla alla markettingese, nel caso di Scarcella la crisi va a minare la stessa reason why del suo seguito.

Ipotizziamo quindi anche per lui lo stesso abbandono di seguaci, se non peggio, giusto?

La fonte è sempre Ninjalitics

Sbagliato. Dalla diffusione del filmato delle Iene i follower sono esponenzialmente aumentati. Perché? Ci sono 3 possibilità.

POSSIBILITÀ N° 1: Il lupo perde il pelo…

In realtà Scarcella sta applicando il suo solito trucchetto: comprare follower per dimostrare che ha ancora un seguito. Nella sua logica, è il numero di persone che ti segue a stabilire se sei nel giusto.

POSSIBILITÀ N° 2: Chi va con lo zoppo…

I nuovi follower sono gli spettatori delle Iene, approdati sull’Instagram di Scarcella per percularlo (difatti i commenti citano spesso il servizio). Cosi facendo però non si accorgono che stanno dando nuova linfa a questo personaggio per riproporsi in comparsate TV e firmacopie nei centri commerciali.

POSSIBILITÀ N° 3: Moglie e buoi…

Imen si è macchiata di gravi colpe su cui difficilmente gli italiani possono soprassedere: essere una donna, per giunta di successo, per giunta di origini marocchine. E chi osa divergere dal proprio stereotipo e nonostante ciò viene benedetto con la gloria, deve pagare i propri peccati il doppio per essere stato irriconoscente.

Infine, certo, ci sarebbe anche la possibilità n° 4. Ovvero, un miscuglio di tutte e tre le opzioni sopra.

Il rebranding del femminismo

È la penultima puntata della quarta stagione di Mad Men e l’agenzia pubblicitaria protagonista della serie si trova di fronte a uno dei suoi momenti più cruciali.

Il cliente principale, la Lucky Strike, corrispondente a più del 70% dei ricavi, ha deciso di andarsene. La scelta produce un effetto domino: gli altri clienti iniziano a sentire la barca che affonda e la abbandonano per trovare porti più sicuri dove continuare i propri affari. Il timore che la Sterling Cooper Draper Pryce chiuda i battenti sta generando una profezia autoavverantesi. Fino a quando il suo direttore creativo, Donald Draper, trova un’idea dopo il confronto con la copywriter Peggy Olson.

Peggy: “Stavo pensando all’agenzia e mi chiedevo cosa ne pensavi… Insomma… Perché non cambiamo il nome? Se fossimo cibo per cani, cambieremmo il nome.”

Donald: “Non possiamo ricominciare. L’abbiamo appena fatto.”

Peggy: “Ripeti sempre: se non ti piace quello che dicono di te, cambia la conversazione.”

Mad Men, Stagione 4, Episodio 12 “Fumo negli occhi”

Non priverò del piacere della sorpresa chi si fosse incuriosito e volesse scoprire come è andata a finire, preferisco parlare della riflessione che è scaturita da quel dialogo.

E cioè che il femminismo ha bisogno di un rebranding. Se fosse una marca, e come ogni cosa nell’ambito della comunicazione lo è, penseremmo a come ricostruirla.

Ci sono troppi fraintendimenti a riguardo, a volte dettati da oggettive problematiche, a volte sollecitati da chi aveva tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

PRIMO PROBLEMA: IL NAMING

Il primo, grande fraintendimento risiede proprio nel nome. Si tratta di un problema logico:

  • dato che “femminismo” è il contrario di “maschilismo”;
  • dato che con quest’ultimo s’intende la presunta superiorità dell’uomo sulla donna;
  • allora chi è femminista rivendica la superiorità della donna sull’uomo.

Corretto? No.

Perché il femminismo non reclama la superiorità, ma la parità di genere.

I movimenti maschilisti si chiamano così in quanto nati come risposta a questa richiesta di equità: dal loro punto di vista la differenza genetica corrisponde a una differenza di ruoli e di riconoscimenti.

Urge quindi ricordare che chi si professa femminista non è contro i maschi, ma contro il patriarcato.

SECONDO PROBLEMA: LE ASSOCIAZIONI DI MARCA

Dici “femminista” e in qualche angolo recondito del tuo cervello si forma quest’immagine di donna frustrata, arrabbiata e acida. È strano, soprattutto quando tu stessa ti definisci “femminista” ma non ti riconosci in quella figura.

È l’immaginario che ha costruito chi detiene il potere della narrazione dominante ad averti creato quel pensiero (a questo proposito invito a guardare il TED della scrittrice Chimamanda Adichie, “The danger of a single story”).

Cosa sarebbe successo se fin da subito si fosse parlato degli uomini femministi? Come sarebbe andata se le “quote rosa” fossero state presentate come “quote di riequilibrio”? Non lo possiamo sapere. Ma possiamo farci un’idea.

C’è poi un altro punto di debolezza del brand in esame, ed è il fatto che risulta frammentato in diverse correnti (come suonerebbe la frase se anziché “diverse” avessi usato l’aggettivo “tante” o, addirittura “troppe”?).

Il fatto che “le femministe non sanno mettersi d’accordo” sembrerebbe essere una prova della fragilità delle loro richieste. Eppure sarebbe così facile da obiettare, dato che stiamo parlando di migliaia se non milioni di persone, e pertanto è impossibile metterle tutte d’accordo.

Esistono diverse sfumature anche di essere cattolici, o capitalisti, e nessuno ha mai messo in dubbio la legittimità di queste credenze perché manca un’uniforme coesione.

TERZO PROBLEMA: IL TONO DI VOCE

Il ricorrente uso dell’ “urlato” nelle comunicazioni delle associazioni femministe ha – ammettiamolo – contribuito a creare quell’immagine di donna arrabbiata e frustrata.

Nell’ordine di voler cambiare la percezione delle istanze femministe, Hella Network, il collettivo di professioniste della comunicazione nato letteralmente qui, ha pubblicato una campagna dal tono tra l’ironico e l’amaro in occasione della Festa Della Mamma.

Il post è stato condiviso – in maniera spontanea e senza alcuna sponsorizzazione – da oltre 10 mila persone, alcune delle quali mi hanno scritto che lo hanno fatto proprio perché si discostava dai “soliti messaggi femministi”. È lì che è scattato qualcosa: il messaggio è a tutti gli effetti “femminista”, o perlomeno lo è nei contenuti. Forse non lo è nello stile e quindi nella percezione?

Mi chiedo quindi: la parità ha bisogno di essere comunicata in un modo nuovo?

DISCLAIMER

Naturalmente la campagna di Hella Network non è stata apprezzata in maniera unanime. È fisiologico che quando il tuo messaggio viene visto da oltre 1 milione e mezzo di persone, non si riesca a ottenere un riscontro univoco. In fondo, è quello che capita anche a cattolici e capitalisti, no?

Nel confronto Botteri-Hunziker a vincere è Ricci.

Di tutta la vicenda Giovanna Botteri e Striscia la Notizia, a colpirmi è stata l’immagine in cui la corrispondente dalla Cina viene accostata a quella di Michelle Hunziker, conduttrice e voce narrante del servizio.

Ne capisco il motivo, in fondo è una sintesi e antitesi perfetta: 

  • la prima è vilipesa per la sua presunta sciatteria, la seconda veste Trussardi;
  • le vediamo entrambe in TV, ma la prima nel giornalismo di guerra, la seconda nello scintillante mondo dello spettacolo; 
  • il curriculum della prima vanta il filmato in esclusiva mondiale dei bombardamenti su Baghdad, la seconda “Alex l’Ariete”;
  • la prima sembra “una di noi”, la seconda appare come la donna perfetta, perfino troppo: è in carriera ma al contempo è una super mamma, parla 5 lingue e ha dimostrato più volte di essere tutt’altro che stupida, le è stata dedicata una canzone che dice “Più bella cosa non c’è, di te, grazie d’esistere”… Devo continuare?

Soprattutto, la seconda ha fondato la onlus “Doppia difesa” per le donne vittime di violenza (che può essere di natura fisica, psicologica, economica e verbale); proprio lei si ritrova a fare body shaming e a negarlo?

È una domanda giusta e da fare, ma non dobbiamo fermarci qui.

Mettere due donne a confronto, per giunta in perfetta antitesi, è il principio del “divide et impera”, dividi e comanda, tanto caro alla cultura maschilista.

Metti contro una donna una sua simile-ma-non-troppo, lascia che gli spettatori si azzuffino su ciò che vedono, così chi sta dietro le quinte può continuare ad agire indisturbato.

Possiamo continuare a credere che sia colpa di Michelle Hunziker se è stato possibile mandare in onda un servizio di puro bullismo in uno dei programmi storici della TV italiana.

Possiamo continuare ad additare le veline e accusare loro di accettare l’oggettificazione del corpo femminile.

Oppure possiamo iniziare a chiedere il conto a chi ha davvero potere decisionale e lo esercita a proprio piacimento. A chi ha pensato e scritto quel servizio, per poi usare una voce femminile per giustificare meglio l’offesa – è un po’ come quando una tua amica t’invita a farti bella, no? No.

Antonio Ricci continua a rappresentare una realtà che non coincide più con quella attuale, ma che è schiava di una mentalità retrograda. Certo, è la cultura in cui è nato e cresciuto, ed è difficile liberarsene, soprattutto dopo che per una vita le cose andavano bene così.

Sta a noi far sentire che tutto ciò non ci sta più bene.

Iniziamo a individuare i veri responsabili.

Fottitene dell’algoritmo di Instagram

Fottitene dell’algoritmo di Instagram,

che ci vorrebbe monotematici e monotoni,

per incasellarci dietro un # che guarda caso ha la forma della sbarra.

Fottitene dell’algoritmo di Instagram,

perché la sua intelligenza artificiale

ragiona con stupidi stereotipi

e siamo noi a dovergli insegnare che l’essere umano contiene pluralità.

La sottile linea tra l’usare un social network ed essere usati da un social network

sta tutta lì: nel dire “fottiti” a un tenero cuoricino

e disintossicarsi dai filtri,

gli esaltatori di sapidità delle nostre vite trasformate in prodotti.

Rallegrati di non essere “influencer”, ma nemmeno così influenzato dall’algoritmo

da lasciare a lui la scelta

delle persone di cui circondarti,

dei viaggi da fare,

di cosa indossare

e di cosa parlare.

Godi della libertà di non essere in quella cerchia che brami dall’adolescenza,

i “fighi della scuola”,

perché raramente sono le loro

le Storie più interessanti.

Cosa sono i FUCK, Frequently Underestimated Crisis Kernels.

Tutti conosciamo le FAQ, le Frequently Asked Questions.

Un po’ meno noti sono i FUCK, ovvero i Frequently Underestimated Crisis Kernels, i Noccioli della Crisi Frequentemente Sottovalutati.

Forse perché me li sono appena inventati.

Scherzi a parte, credo davvero che i casi di crisi apparsi sui social negli ultimi 12 anni siano tutti riconducibili a 3 noccioli di errore.

Sono i casi in cui la comunicazione:

  1. si rifà a stereotipi riguardanti l’etnia, il genere, l’orientamento sessuale, l’aspetto fisico delle persone;
  2. si fa gioco di malattie, calamità, battaglie sociali e ambientali;
  3. si fa aggressiva o latitante di fronte a critiche, scandali o gaffe di un rappresentante del brand. Spesso il Kernel 3 è la conseguenza dell’1 o del 2, ma non necessariamente.

Un esempio recente, un po’ kernel 2, un po’ kernel 3, è successo a Veronica Benini in piena pandemia da Coronavirus. Digital strategist, fondatrice dell’agenzia Spora Srl, della piattaforma Corsetty e dell’evento 9 Muse, scrittrice di libri, con i suoi oltre 100 mila follower Veronica è anche un’influencer con tutti gli onori del caso. E gli oneri.

Tra i suoi numerosi progetti è previsto anche lo sbarco nel mercato latinoamericano, un percorso seguibile online al prezzo di 1.240€ e iniziato ufficialmente il 6 marzo con la sua partenza per la Colombia. In quei giorni il nord Italia era già il primo e principale focolaio europeo del Covid-19 e, anche se il lockdown totale della Lombardia è scattato 24 ore dopo, le follower di Veronica si aspettavano una quarantena volontaria. Quarantena che ha dichiarato in quest’intervista a Vanity Fair ma che è stata smentita dai suoi stessi contenuti su Instagram.

Uno dei post che non potete più vedere sull’account di Veronica Benini, perché è stato cancellato.

In seguito al flame scatenatosi sulla pagina Facebook del magazine, la digital strategist ha optato per un crisis management composto di:

  • cancellazione dei post Instagram che facevano riferimento al suo incontro con altre persone durante la presunta quarantena;
  • silenzio “stampa” riguardo la vicenda, che non è mai stata spiegata proattivamente;
  • blocco dei commenti.

Bloccare i commenti non solo è una difesa che tradisce l’anima della nostra presenza sui social network (caratterizzati dalla comunicazione one-to-one con partecipazione attiva delle parti), ma è come tentare di placare una perdita d’acqua con uno straccio.

Le persone più motivate si riversano altrove. Per esempio, possono ripiegare sulle recensioni della scheda Google della tua azienda, abbassandone il rank.

Come mostra il grafico di Ninjalitics, la crisi comunicativa ha avuto ripercussioni anche sul numero di follower su Instagram.

Andamento follower base dell’account Instagram Spora

Il 30 marzo l’influencer è tornata in Italia e ha ripreso la pubblicazione sui social – ferma al 15 marzo, dopo l’epurazione dei post compromettenti – parlando nelle Stories di problemi di unghie e panificazione, nel feed di corsi e inizi.

View this post on Instagram

È iniziato tutto dal divano. Ho piazzato il cellulare su un cavalletto da 16€, messo due piantane puntate su di me, ho pigiato REC, mi son seduta sul bordo ed ho iniziato a parlare. Era giugno del 2017 e Istafaiga è stato il mio primo corso on line, tutt’oggi il mio bestseller. Dopo altri due corsi è nata @corsetty.it e adesso siamo un team. In questi giorni di chiusura e incertezze non posso fare molto altro di quello che faccio da anni: corsi on line. Questa volta, però, sarà diverso: è un corsetty gratuito perché tutti possano capire COSA insegnare, COME insegnarlo, DOVE erogarlo perché ci sono molti modi sul web, e a CHI, perché capire i reali bisogni del proprio pubblico è alla base di tutto. Se io ho iniziato dal divano con un’intuizione e una scaletta, potete farlo anche voi se vi marco stretti. Parleremo delle insicurezze sulle nostre competenze, e come indirizzarle al meglio per essere davvero utili alle persone che hanno bisogno di quello che sappiamo fare, e faremo tutto passo passo come ho fatto io due anni e mezzo fa. Per rispetto del mio team che deve incanalare le proprie energie in cose positive non riaprirò i commenti finché non la sistemeremo legalmente. Un gran classicone degli haters è che agiscono in piena ignoranza della legge, ma #odiareticosta. Nei prossimi giorni faremo insieme questo corso, intanto verificate se avete un cavalletto o se potete tener fermo il cellulare su un tavolo con un appoggio, e, se non avete un microfono, delle cuffie Bluetooth andranno benissimo. Inventario piantane verificando luci calde e NON fredde, fondale e inquadratura equilibrati, e fatemi la pace con la vostra voce: in video non è brutta, è quella che hanno sempre sentito tutti. Quella che sentiamo noi da dentro il nostro corpo non esiste, quindi iniziamo a mettercela via e concentriamoci sulle cose che contano davvero: ricominciarci. In foto: modello di divano numero due, multipass. Di giorno svacco e set di corsi, di notte letto per amici o ex con cui fai quarantena insieme in meno di 50mq 🛋

A post shared by Veronica Benini 🎯 Strategist (@spora) on

Avete letto tra le righe?

“Per rispetto del mio team che deve incanalare le proprie energie in cose positive non riaprirò i commenti finché non la sistemeremo legalmente. Un gran classicone degli haters è che agiscono in piena ignoranza della legge, ma #odiareticosta.”

Ed ecco l’ultimo, grande classicone della gestione della crisi in Italia: negare di aver sbagliato, rinchiudersi nella propria fortezza e riversare le colpe su coloro che ci hanno attaccati.

Perché le critiche sono costruttive solo nelle caption motivazionali.