Cosa ho imparato sulla negoziazione

Proprio nei giorni in cui stavamo assistendo alle estenuanti trattative per il Recovery Fund, ho terminato la lettura di “Tre volte più grandi”, imparando molto sulla negoziazione soprattutto in relazione alla disparità di genere.

Se fossimo su Instagram, immagino che qui ci andrebbe scritto #gifted, ma non sono abbastanza influencer per poterlo usare. In ogni caso, ringrazio Samantha Gamberini per il prezioso omaggio.

Condividerò qui alcune pillole, col rammarico di chi non può riprendere per intero il testo originale:

  • Una ricerca ha dimostrato che le donne hanno la tendenza a sottovalutare il proprio contributo quando si partecipa a un lavoro di gruppo.
  • L’antropologo Dan Gruspan ha osservato che in ambito accademico (in particolare nelle scienze naturali o fisiche) i maschi hanno più probabilità di essere cercati dai loro colleghi di studio come esperti della materia. Assegnano insomma la competenza ad altri maschi, di cui sovrastimano le prestazioni. Questo non accade alle femmine che non si regolano sul genere, ma sulle effettive capacità.
  • Le donne sono meno propense degli uomini a iniziare una negoziazione e la letteratura scientifica sostiene che c’è una concausa con la disparità salariale. Come dico sempre, lo stipendio è il valore che viene attribuito alle nostre competenze sul mercato del lavoro. Se le donne vengono pagate meno dei loro colleghi, il messaggio che continuiamo a tramandare è che le lavoratrici sono inferiori.
  • Per convincere qualcuno a ottenere qualcosa che vogliamo, abbiamo due leve potenti: o le sue stesse parole (nessuno vuole contraddirsi) o il silenzio (per chi lo subisce è difficile da gestire e tenderà a volerlo coprire con altre parole, scoprendosi sempre più).
  • Altro dato negativo: in fase di negoziazione si mente di più alle donne. E a mentire loro non sono solo gli uomini. Perché questa tendenza? Per un mix di credenze, da quella che ci vede essere più raggirabili in quanto meno competenti, a quella che ci vuole istintivamente materne e pertanto più indulgenti in caso di smascheramento dell’inganno.
  • Le donne sorridono più degli uomini in situazioni lavorative. È un bene? Non esattamente: i ricercatori della Boston University hanno rilevato che le persone sottomesse sorridono di più in presenza di soggetti dominanti o superiori. Ricordiamoci sempre che per condurre bene una negoziazione è necessario che ambedue le parti riconoscano di essere interdipendenti.
  • Le donne soffrono più spesso della “sindrome dell’impostore“, la percezione per cui non ci si sente all’altezza dei successi conseguiti.
  • Più di uno studio ha appurato che nella valutazione di un lavoro le donne ottengono giudizi migliori solo se non viene reso noto il loro genere, altrimenti vengono penalizzate (pensiamo a quante scrittrici hanno dovuto fingersi uomini affinché i loro libri non venissero declassati a romanzetti).

Mi fermo qui, altrimenti dovrei pagare il copyright alle due autrici di questo saggio. Ci tengo però a precisare che il libro non è solo una serie di statistiche deprimenti, ma fornisce anche esercizi e consigli per ribellarsi alle discriminazioni. In estrema sintesi, le donne devono imparare a:

  1. non isolarsi;
  2. coltivare relazioni professionali anche al di fuori del proprio ufficio;
  3. iniziare a dare un valore al proprio tempo, anche quello impiegato per la cura della casa e della prole;
  4. non dimenticare o sminuire i diritti conquistati.

E, aggiungo, continuare a lottare contro il patriarcato.

“L’ho notato anch’io, disse Hewet […] Il rispetto che le donne, anche quelle molto istruite e molto capaci, hanno per gli uomini” continuò. “Credo che abbiamo su di voi quello stesso potere che si dice abbiamo sui cavalli. Ci vedono tre volte più grandi di quello che siamo, altrimenti non ci obbedirebbero mai. Per questa ragione, sono incline a pensare che non otterrete nulla nemmeno quando avrete il voto.”

Virginia Woolf, La Crociera.

Il rebranding del femminismo

È la penultima puntata della quarta stagione di Mad Men e l’agenzia pubblicitaria protagonista della serie si trova di fronte a uno dei suoi momenti più cruciali.

Il cliente principale, la Lucky Strike, corrispondente a più del 70% dei ricavi, ha deciso di andarsene. La scelta produce un effetto domino: gli altri clienti iniziano a sentire la barca che affonda e la abbandonano per trovare porti più sicuri dove continuare i propri affari. Il timore che la Sterling Cooper Draper Pryce chiuda i battenti sta generando una profezia autoavverantesi. Fino a quando il suo direttore creativo, Donald Draper, trova un’idea dopo il confronto con la copywriter Peggy Olson.

Peggy: “Stavo pensando all’agenzia e mi chiedevo cosa ne pensavi… Insomma… Perché non cambiamo il nome? Se fossimo cibo per cani, cambieremmo il nome.”

Donald: “Non possiamo ricominciare. L’abbiamo appena fatto.”

Peggy: “Ripeti sempre: se non ti piace quello che dicono di te, cambia la conversazione.”

Mad Men, Stagione 4, Episodio 12 “Fumo negli occhi”

Non priverò del piacere della sorpresa chi si fosse incuriosito e volesse scoprire come è andata a finire, preferisco parlare della riflessione che è scaturita da quel dialogo.

E cioè che il femminismo ha bisogno di un rebranding. Se fosse una marca, e come ogni cosa nell’ambito della comunicazione lo è, penseremmo a come ricostruirla.

Ci sono troppi fraintendimenti a riguardo, a volte dettati da oggettive problematiche, a volte sollecitati da chi aveva tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

PRIMO PROBLEMA: IL NAMING

Il primo, grande fraintendimento risiede proprio nel nome. Si tratta di un problema logico:

  • dato che “femminismo” è il contrario di “maschilismo”;
  • dato che con quest’ultimo s’intende la presunta superiorità dell’uomo sulla donna;
  • allora chi è femminista rivendica la superiorità della donna sull’uomo.

Corretto? No.

Perché il femminismo non reclama la superiorità, ma la parità di genere.

I movimenti maschilisti si chiamano così in quanto nati come risposta a questa richiesta di equità: dal loro punto di vista la differenza genetica corrisponde a una differenza di ruoli e di riconoscimenti.

Urge quindi ricordare che chi si professa femminista non è contro i maschi, ma contro il patriarcato.

SECONDO PROBLEMA: LE ASSOCIAZIONI DI MARCA

Dici “femminista” e in qualche angolo recondito del tuo cervello si forma quest’immagine di donna frustrata, arrabbiata e acida. È strano, soprattutto quando tu stessa ti definisci “femminista” ma non ti riconosci in quella figura.

È l’immaginario che ha costruito chi detiene il potere della narrazione dominante ad averti creato quel pensiero (a questo proposito invito a guardare il TED della scrittrice Chimamanda Adichie, “The danger of a single story”).

Cosa sarebbe successo se fin da subito si fosse parlato degli uomini femministi? Come sarebbe andata se le “quote rosa” fossero state presentate come “quote di riequilibrio”? Non lo possiamo sapere. Ma possiamo farci un’idea.

C’è poi un altro punto di debolezza del brand in esame, ed è il fatto che risulta frammentato in diverse correnti (come suonerebbe la frase se anziché “diverse” avessi usato l’aggettivo “tante” o, addirittura “troppe”?).

Il fatto che “le femministe non sanno mettersi d’accordo” sembrerebbe essere una prova della fragilità delle loro richieste. Eppure sarebbe così facile da obiettare, dato che stiamo parlando di migliaia se non milioni di persone, e pertanto è impossibile metterle tutte d’accordo.

Esistono diverse sfumature anche di essere cattolici, o capitalisti, e nessuno ha mai messo in dubbio la legittimità di queste credenze perché manca un’uniforme coesione.

TERZO PROBLEMA: IL TONO DI VOCE

Il ricorrente uso dell’ “urlato” nelle comunicazioni delle associazioni femministe ha – ammettiamolo – contribuito a creare quell’immagine di donna arrabbiata e frustrata.

Nell’ordine di voler cambiare la percezione delle istanze femministe, Hella Network, il collettivo di professioniste della comunicazione nato letteralmente qui, ha pubblicato una campagna dal tono tra l’ironico e l’amaro in occasione della Festa Della Mamma.

Il post è stato condiviso – in maniera spontanea e senza alcuna sponsorizzazione – da oltre 10 mila persone, alcune delle quali mi hanno scritto che lo hanno fatto proprio perché si discostava dai “soliti messaggi femministi”. È lì che è scattato qualcosa: il messaggio è a tutti gli effetti “femminista”, o perlomeno lo è nei contenuti. Forse non lo è nello stile e quindi nella percezione?

Mi chiedo quindi: la parità ha bisogno di essere comunicata in un modo nuovo?

DISCLAIMER

Naturalmente la campagna di Hella Network non è stata apprezzata in maniera unanime. È fisiologico che quando il tuo messaggio viene visto da oltre 1 milione e mezzo di persone, non si riesca a ottenere un riscontro univoco. In fondo, è quello che capita anche a cattolici e capitalisti, no?

Nel confronto Botteri-Hunziker a vincere è Ricci.

Di tutta la vicenda Giovanna Botteri e Striscia la Notizia, a colpirmi è stata l’immagine in cui la corrispondente dalla Cina viene accostata a quella di Michelle Hunziker, conduttrice e voce narrante del servizio.

Ne capisco il motivo, in fondo è una sintesi e antitesi perfetta: 

  • la prima è vilipesa per la sua presunta sciatteria, la seconda veste Trussardi;
  • le vediamo entrambe in TV, ma la prima nel giornalismo di guerra, la seconda nello scintillante mondo dello spettacolo; 
  • il curriculum della prima vanta il filmato in esclusiva mondiale dei bombardamenti su Baghdad, la seconda “Alex l’Ariete”;
  • la prima sembra “una di noi”, la seconda appare come la donna perfetta, perfino troppo: è in carriera ma al contempo è una super mamma, parla 5 lingue e ha dimostrato più volte di essere tutt’altro che stupida, le è stata dedicata una canzone che dice “Più bella cosa non c’è, di te, grazie d’esistere”… Devo continuare?

Soprattutto, la seconda ha fondato la onlus “Doppia difesa” per le donne vittime di violenza (che può essere di natura fisica, psicologica, economica e verbale); proprio lei si ritrova a fare body shaming e a negarlo?

È una domanda giusta e da fare, ma non dobbiamo fermarci qui.

Mettere due donne a confronto, per giunta in perfetta antitesi, è il principio del “divide et impera”, dividi e comanda, tanto caro alla cultura maschilista.

Metti contro una donna una sua simile-ma-non-troppo, lascia che gli spettatori si azzuffino su ciò che vedono, così chi sta dietro le quinte può continuare ad agire indisturbato.

Possiamo continuare a credere che sia colpa di Michelle Hunziker se è stato possibile mandare in onda un servizio di puro bullismo in uno dei programmi storici della TV italiana.

Possiamo continuare ad additare le veline e accusare loro di accettare l’oggettificazione del corpo femminile.

Oppure possiamo iniziare a chiedere il conto a chi ha davvero potere decisionale e lo esercita a proprio piacimento. A chi ha pensato e scritto quel servizio, per poi usare una voce femminile per giustificare meglio l’offesa – è un po’ come quando una tua amica t’invita a farti bella, no? No.

Antonio Ricci continua a rappresentare una realtà che non coincide più con quella attuale, ma che è schiava di una mentalità retrograda. Certo, è la cultura in cui è nato e cresciuto, ed è difficile liberarsene, soprattutto dopo che per una vita le cose andavano bene così.

Sta a noi far sentire che tutto ciò non ci sta più bene.

Iniziamo a individuare i veri responsabili.

Cosa sono i FUCK, Frequently Underestimated Crisis Kernels.

Tutti conosciamo le FAQ, le Frequently Asked Questions.

Un po’ meno noti sono i FUCK, ovvero i Frequently Underestimated Crisis Kernels, i Noccioli della Crisi Frequentemente Sottovalutati.

Forse perché me li sono appena inventati.

Scherzi a parte, credo davvero che i casi di crisi apparsi sui social negli ultimi 12 anni siano tutti riconducibili a 3 noccioli di errore.

Sono i casi in cui la comunicazione:

  1. si rifà a stereotipi riguardanti l’etnia, il genere, l’orientamento sessuale, l’aspetto fisico delle persone;
  2. si fa gioco di malattie, calamità, battaglie sociali e ambientali;
  3. si fa aggressiva o latitante di fronte a critiche, scandali o gaffe di un rappresentante del brand. Spesso il Kernel 3 è la conseguenza dell’1 o del 2, ma non necessariamente.

Un esempio recente, un po’ kernel 2, un po’ kernel 3, è successo a Veronica Benini in piena pandemia da Coronavirus. Digital strategist, fondatrice dell’agenzia Spora Srl, della piattaforma Corsetty e dell’evento 9 Muse, scrittrice di libri, con i suoi oltre 100 mila follower Veronica è anche un’influencer con tutti gli onori del caso. E gli oneri.

Tra i suoi numerosi progetti è previsto anche lo sbarco nel mercato latinoamericano, un percorso seguibile online al prezzo di 1.240€ e iniziato ufficialmente il 6 marzo con la sua partenza per la Colombia. In quei giorni il nord Italia era già il primo e principale focolaio europeo del Covid-19 e, anche se il lockdown totale della Lombardia è scattato 24 ore dopo, le follower di Veronica si aspettavano una quarantena volontaria. Quarantena che ha dichiarato in quest’intervista a Vanity Fair ma che è stata smentita dai suoi stessi contenuti su Instagram.

Uno dei post che non potete più vedere sull’account di Veronica Benini, perché è stato cancellato.

In seguito al flame scatenatosi sulla pagina Facebook del magazine, la digital strategist ha optato per un crisis management composto di:

  • cancellazione dei post Instagram che facevano riferimento al suo incontro con altre persone durante la presunta quarantena;
  • silenzio “stampa” riguardo la vicenda, che non è mai stata spiegata proattivamente;
  • blocco dei commenti.

Bloccare i commenti non solo è una difesa che tradisce l’anima della nostra presenza sui social network (caratterizzati dalla comunicazione one-to-one con partecipazione attiva delle parti), ma è come tentare di placare una perdita d’acqua con uno straccio.

Le persone più motivate si riversano altrove. Per esempio, possono ripiegare sulle recensioni della scheda Google della tua azienda, abbassandone il rank.

Come mostra il grafico di Ninjalitics, la crisi comunicativa ha avuto ripercussioni anche sul numero di follower su Instagram.

Andamento follower base dell’account Instagram Spora

Il 30 marzo l’influencer è tornata in Italia e ha ripreso la pubblicazione sui social – ferma al 15 marzo, dopo l’epurazione dei post compromettenti – parlando nelle Stories di problemi di unghie e panificazione, nel feed di corsi e inizi.

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È iniziato tutto dal divano. Ho piazzato il cellulare su un cavalletto da 16€, messo due piantane puntate su di me, ho pigiato REC, mi son seduta sul bordo ed ho iniziato a parlare. Era giugno del 2017 e Istafaiga è stato il mio primo corso on line, tutt’oggi il mio bestseller. Dopo altri due corsi è nata @corsetty.it e adesso siamo un team. In questi giorni di chiusura e incertezze non posso fare molto altro di quello che faccio da anni: corsi on line. Questa volta, però, sarà diverso: è un corsetty gratuito perché tutti possano capire COSA insegnare, COME insegnarlo, DOVE erogarlo perché ci sono molti modi sul web, e a CHI, perché capire i reali bisogni del proprio pubblico è alla base di tutto. Se io ho iniziato dal divano con un’intuizione e una scaletta, potete farlo anche voi se vi marco stretti. Parleremo delle insicurezze sulle nostre competenze, e come indirizzarle al meglio per essere davvero utili alle persone che hanno bisogno di quello che sappiamo fare, e faremo tutto passo passo come ho fatto io due anni e mezzo fa. Per rispetto del mio team che deve incanalare le proprie energie in cose positive non riaprirò i commenti finché non la sistemeremo legalmente. Un gran classicone degli haters è che agiscono in piena ignoranza della legge, ma #odiareticosta. Nei prossimi giorni faremo insieme questo corso, intanto verificate se avete un cavalletto o se potete tener fermo il cellulare su un tavolo con un appoggio, e, se non avete un microfono, delle cuffie Bluetooth andranno benissimo. Inventario piantane verificando luci calde e NON fredde, fondale e inquadratura equilibrati, e fatemi la pace con la vostra voce: in video non è brutta, è quella che hanno sempre sentito tutti. Quella che sentiamo noi da dentro il nostro corpo non esiste, quindi iniziamo a mettercela via e concentriamoci sulle cose che contano davvero: ricominciarci. In foto: modello di divano numero due, multipass. Di giorno svacco e set di corsi, di notte letto per amici o ex con cui fai quarantena insieme in meno di 50mq 🛋

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Avete letto tra le righe?

“Per rispetto del mio team che deve incanalare le proprie energie in cose positive non riaprirò i commenti finché non la sistemeremo legalmente. Un gran classicone degli haters è che agiscono in piena ignoranza della legge, ma #odiareticosta.”

Ed ecco l’ultimo, grande classicone della gestione della crisi in Italia: negare di aver sbagliato, rinchiudersi nella propria fortezza e riversare le colpe su coloro che ci hanno attaccati.

Perché le critiche sono costruttive solo nelle caption motivazionali.

Come il Coronavirus sta cambiando la comunicazione aziendale.

Forse avrete notato anche voi che stiamo vivendo un periodo eccezionale, che sta cambiando non solo la nostra quotidianità di persone, ma anche quello che pensavamo di sapere finora sulla comunicazione.

Grazie al Coronavirus stiamo capendo che [ELENCO IN AGGIORNAMENTO]:

  • La pubblicità non è sempre necessaria, la comunicazione sì. Da alcune settimane non abbiamo bisogno di sapere qual è il supermercato più vicino ai nostri valori, ma alle nostre abitazioni. Nel frattempo però stiamo leggendo quali si stanno mobilitando per effettuare consegne a domicilio gratuite agli anziani o per fare donazioni agli ospedali e tutte queste informazioni orienteranno di nuovo la nostra scelta, un giorno. E sì, torneremo a fare pubblicità come una volta. D’altronde il caso di Amuchina, top of mind quando si parla di un igienizzante per mani a base alcolica, ha dimostrato che gli spot TV hanno ancora il loro perché.
  • Il senso di responsabilità viene prima del senso dell’umorismo. Quei brand che all’inizio hanno tentato di trasformare un momento nebuloso in un’opportunità per mettersi in luce con l’ironia ne sono usciti un po’ infangati. Molto meglio è andata a chi ha usato la leggerezza, più che la superficialità.
  • Il pericolo maggiore per la comunicazione della tua azienda è racchiuso nelle decisioni passate. Banner e post social programmati in precedenza e dimenticati potrebbero essere fonte di crisi se rappresentano immagini di gruppi, magari all’aria aperta, e testi che invitano a uscire di casa.
  • Se possiamo rallentare i nostri ritmi di vita, possiamo anche prenderci una pausa dalla corsa all’instant. Non devi per forza commentare qualcosa riguardo alla situazione attuale dai tuoi canali aziendali. È una regola che varrebbe sempre, oggi più che mai visto che stiamo parlando di un’emergenza sanitaria, non di una puntata di Black Mirror.

E voi, avete notato altri cambiamenti insorti insieme al Covid-19?

L’8 marzo che non volevamo.

Non volevamo che ci venisse detto di restare in casa.

Che la nostra vita pubblica venisse disincentivata.

Che ci chiudessero in faccia le porte delle scuole e del lavoro.

Ma siamo donne e dall’origine dei tempi la società ci ha imposto queste regole, che sono ancora salde sebbene siano più tacite.

Basta guardare alla comunicazione in questo 8 marzo, data che viene usata spesso strumentalmente per avere facile engagement e consenso con il minimo sforzo creativo e impegno aziendale.

Sarebbe cosa buona e giusta che le cosiddette audience a cui si rivolgono questi brand fossero le prime a insorgere, ma nel frattempo possiamo iniziare a muoverci noi addette del settore.

Hella Network, il collettivo di professioniste della comunicazione che avevo lanciato a ottobre insieme a questo blog e che nel frattempo è diventata una realtà da oltre 500 partecipanti, ha stilato una Guida composta da 10 consigli per scongiurare i classici errori, che vanno dall'(ab)uso del corpo femminile alla perpetuazione degli stereotipi di genere.

Non m’illudo: so che questo non basta. Ma è un inizio. Il nostro inizio.

Il Coronavirus e il potere delle parole.

“Avere un nome è importante per impedire l’uso di altri nomi che possono essere inaccurati o rappresentare uno stigma. Dovevamo trovare un nome che non fosse di un luogo geografico, di un animale, di un individuo o di un gruppo di persone, che fosse pronunciabile e legato alla malattia.”

Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

E così non abbiamo fatto neanche in tempo a memorizzare 2019-nCoV che già hanno cambiato nome al Coronavirus, oggi SARS-CoV-2.

“Era poi così necessario?” mi sono chiesta.

Scopro quindi che nemmeno il campo medico è immune dalla regola per cui le parole che scegliamo hanno un effetto sui pensieri e, quindi, le azioni: aggiungere “SARS” significa ricordare la parentela con la Severe Acute Respiratory Syndrome e la corretta definizione aiuta nella ricerca di una cura.

Come per HIV e AIDS, il virus ha un nome diverso rispetto alla malattia, la Covid-19.

L’esempio dell’HIV ci torna utile anche per capire come mai l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia un intero manuale dedicato alla giusta nomenclatura delle malattie.

Nel 1982 un articolo del New York Times usava per la prima volta il termine GRID, la Gay-Related Immune Deficiency, una sigla contenente un pregiudizio che ha fuorviato la percezione comune sul rischio di contrarre l’AIDS e sulla necessità di tutti di usare le dovute precauzioni.

E chi di noi sapeva che dal 2012 esiste un tipo di Coronavirus con un tasso di mortalità più alto di quello proveniente dalla Cina? È la MERS, la Sindrome Respiratoria Medio-Orientale, e forse nel suo nome è contenuta l’origine del disinteresse dei media. Non solo: pensare che una patologia non sia “affare nostro” può avere anche l’effetto collaterale di portare a un minore investimento nella ricerca di una sua cura. Per la MERS, attualmente, non esiste un vaccino di prevenzione né una terapia specifica per la guarigione.

Il linguaggio è stato nevralgico anche quando si è trattato di convincere i genitori a vaccinare le proprie figlie dal Papilloma Virus, poiché andava a toccare un tabù. Alcuni padri e alcune madri non volevano immaginare che le loro bambine (il vaccino è consigliato dai 12 anni in su) potessero avere una vita sessuale – o, peggio, che il vaccino potesse incoraggiarle ad averne una, dato che poi sarebbero state protette. È dovuta intervenire l’Associazione dei Ginecologi Americani per chiedere di non pensare alla “S word” (sex), ma alla “C word” (cancer), e cambiare la percezione dell’HPV.

Non sto puntando il dito contro nessuno: io stessa ho sempre dato per scontato che dei termini così scientifici dovessero per forza essere “neutri”, ma nessuna parola lo è veramente, in quanto portatrice di associazioni.

Se oggi ho scritto questo articolo è solo grazie alla riflessione che la giornalista scientifica Roberta Villa ha scaturito ieri durante Potere alle Parole, l’evento organizzato da Strategic Tools per lanciare il libro di Vera Gheno, di cui ho già parlato qui.

Come i brand sono entrati nel #Megxit.

Ci sono 3 modi con cui un brand può agganciarsi alle conversazioni del momento.

Il primo è quello che definisco il “meta-trend”, ovvero parlare del trend in sé e in quanto tale. L’azienda non vi cerca una vera connessione e punta solo all’engagement.

Il secondo modo è l’accostamento di un prodotto o di una sua caratteristica al topic. Anche in questo caso l’azienda punta all’engagement, ma spesso solo i lovemark riescono nell’impresa, perché il rischio è di scadere nella pubblicità più tradizionale e meno social.

C’è poi il terzo modo, che è quello di trovare una connessione tra l’identità del brand, valori compresi, e il trending topic. In questo caso, la marca cerca una relazione con le persone puntando agli interessi in comune, non parlando solo di sé o dell’hashtag del giorno.

Indovinate qual è il mio modo preferito.

Imparare dalle migliori: Virginia Mori.

“Le idee sono come i sogni: devi imprimerle subito su carta.”

Virginia Mori

Questo non è solo l’inizio di un post; è l’inizio di una rubrica per mettere in luce quelle professioniste che eccellono nel proprio campo e meritano spazio.

Non che Virginia Mori avesse bisogno di questo piccolo blog per essere riconosciuta come una delle illustratrici più interessanti nel panorama attuale, ma dare visibilità a un talento può aiutare tutti e tutte.

Ammetto di averla scoperta solo poco tempo fa, durante “Digital Heroes”, il format di talk organizzato da Imille.

Nelle due ore dell’incontro ho imparato che:

  • se per una creativa pubblicitaria è importante non avere uno stile troppo riconoscibile, per una creativa è fondamentale il contrario;
  • chi pensa che le donne disegnino rassicuranti sogni domestici a tinte pastello, dovrebbe fare un corso di aggiornamento;
  • di certo non è facile trovare molte aziende disposte a uscire dal terreno della felicità come unico sentimento esplorabile nella propria comunicazione. Ma a volte basta un solo cliente. Tipo Gucci, che ha trasposto su foto le visioni oniriche di Mori;
  • si può avere più di 62K di follower su Instagram – ottenendo quindi la patente di middle influencer – ed essere sinceramente modesti;
  • si può essere bravissimi nel proprio lavoro, ma ancora migliori quando si collabora.

Ringrazio Virginia Mori per avermi concesso la pubblicazione dei suoi lavori.