Noi siamo complessità

Posso essere la persona che si congratula con Vanessa Incontrada per la risposta che ha dato ai suoi detrattori e alle sue detrattrici (e solo chi usa Twitter sa di cosa sono capaci) con questa copertina. 

Posso essere la persona che dice che qui di rivoluzionario per tutte noi c’è ben poco, se la concessione che ci viene fatta è quella di una taglia in più, ma il corpo che ci viene mostrato a modello è sempre abile, glabro, bianco, levigato, photoshoppato.

Posso essere quella che rimangia poi tutto, perché si ricorda che essere femminista significa prima di tutto lasciare che le persone si autodeterminino.

Posso essere però anche la cinica pubblicitaria che ha come il presentimento che il giornale abbia fatto i suoi interessi, più che quelli della causa.

Posso essere amareggiata per quelli a cui indichi la luna e rispondono “per me è bellissima, una botta gliela darei eccome”.

Posso essere ottimista, perché per il nostro Paese anche questo piccolo passo è già tanto.

Posso sentirmi sconfitta perché ancora una volta è sul corpo che si gioca la battaglia delle donne. Non sui nostri pensieri, sui talenti o le professioni. No, su due rotoli e su quanta porzione di pelle mostriamo.

Posso divertirmi chiedendomi se mai un Gerry Scotti abbia sentito la necessità di mettersi in posa nudo per rivendicare il proprio spazio in TV. E posso poi domandarmi se quello che ho appena fatto non sia comunque body shaming.

Se posso essere sincera, ho scritto e cancellato questo post almeno 5 volte, perché non so se davvero se ne debba parlare o quale sarebbe il mio contributo alla discussione generale.

Posso pensare tutto e il contrario di tutto in meno di un minuto, e non vedervi contraddizione, perché è una questione che non può risolversi con un “sì” o con un “no”. Qui c’è del giusto e dello sbagliato che vanno allegramente a braccetto.

Perché noi siamo complessità.

Cosa ho imparato sulla negoziazione

Proprio nei giorni in cui stavamo assistendo alle estenuanti trattative per il Recovery Fund, ho terminato la lettura di “Tre volte più grandi”, imparando molto sulla negoziazione soprattutto in relazione alla disparità di genere.

Se fossimo su Instagram, immagino che qui ci andrebbe scritto #gifted, ma non sono abbastanza influencer per poterlo usare. In ogni caso, ringrazio Samantha Gamberini per il prezioso omaggio.

Condividerò qui alcune pillole, col rammarico di chi non può riprendere per intero il testo originale:

  • Una ricerca ha dimostrato che le donne hanno la tendenza a sottovalutare il proprio contributo quando si partecipa a un lavoro di gruppo.
  • L’antropologo Dan Gruspan ha osservato che in ambito accademico (in particolare nelle scienze naturali o fisiche) i maschi hanno più probabilità di essere cercati dai loro colleghi di studio come esperti della materia. Assegnano insomma la competenza ad altri maschi, di cui sovrastimano le prestazioni. Questo non accade alle femmine che non si regolano sul genere, ma sulle effettive capacità.
  • Le donne sono meno propense degli uomini a iniziare una negoziazione e la letteratura scientifica sostiene che c’è una concausa con la disparità salariale. Come dico sempre, lo stipendio è il valore che viene attribuito alle nostre competenze sul mercato del lavoro. Se le donne vengono pagate meno dei loro colleghi, il messaggio che continuiamo a tramandare è che le lavoratrici sono inferiori.
  • Per convincere qualcuno a ottenere qualcosa che vogliamo, abbiamo due leve potenti: o le sue stesse parole (nessuno vuole contraddirsi) o il silenzio (per chi lo subisce è difficile da gestire e tenderà a volerlo coprire con altre parole, scoprendosi sempre più).
  • Altro dato negativo: in fase di negoziazione si mente di più alle donne. E a mentire loro non sono solo gli uomini. Perché questa tendenza? Per un mix di credenze, da quella che ci vede essere più raggirabili in quanto meno competenti, a quella che ci vuole istintivamente materne e pertanto più indulgenti in caso di smascheramento dell’inganno.
  • Le donne sorridono più degli uomini in situazioni lavorative. È un bene? Non esattamente: i ricercatori della Boston University hanno rilevato che le persone sottomesse sorridono di più in presenza di soggetti dominanti o superiori. Ricordiamoci sempre che per condurre bene una negoziazione è necessario che ambedue le parti riconoscano di essere interdipendenti.
  • Le donne soffrono più spesso della “sindrome dell’impostore“, la percezione per cui non ci si sente all’altezza dei successi conseguiti.
  • Più di uno studio ha appurato che nella valutazione di un lavoro le donne ottengono giudizi migliori solo se non viene reso noto il loro genere, altrimenti vengono penalizzate (pensiamo a quante scrittrici hanno dovuto fingersi uomini affinché i loro libri non venissero declassati a romanzetti).

Mi fermo qui, altrimenti dovrei pagare il copyright alle due autrici di questo saggio. Ci tengo però a precisare che il libro non è solo una serie di statistiche deprimenti, ma fornisce anche esercizi e consigli per ribellarsi alle discriminazioni. In estrema sintesi, le donne devono imparare a:

  1. non isolarsi;
  2. coltivare relazioni professionali anche al di fuori del proprio ufficio;
  3. iniziare a dare un valore al proprio tempo, anche quello impiegato per la cura della casa e della prole;
  4. non dimenticare o sminuire i diritti conquistati.

E, aggiungo, continuare a lottare contro il patriarcato.

“L’ho notato anch’io, disse Hewet […] Il rispetto che le donne, anche quelle molto istruite e molto capaci, hanno per gli uomini” continuò. “Credo che abbiamo su di voi quello stesso potere che si dice abbiamo sui cavalli. Ci vedono tre volte più grandi di quello che siamo, altrimenti non ci obbedirebbero mai. Per questa ragione, sono incline a pensare che non otterrete nulla nemmeno quando avrete il voto.”

Virginia Woolf, La Crociera.

No fiducia, no influencer.

Due influencer diversissimi in tutto – nei contenuti, nel tono di voce, nel posizionamento – si sono ritrovati accomunati pochi giorni fa dall’essersi macchiati della stessa colpa: aver rotto il patto di fiducia con la propria community per aver raccontato una bugia.

L’effetto sui follower sarà stato il medesimo? Vediamo.

IMEN JANE, L’ECONOMISTA SENZA LAUREA.

La bio epurata

Una giovane economista che, grazie alla sua capacità comunicativa, è riuscita a rendere social argomenti come lo spread e la BCE. Ecco l’immagine che ci siamo fatti di Imen Jane Boulahrajane, grazie anche agli interventi televisivi e agli articoli che, celebrando la sua vasta followerbase l’hanno a loro volta incrementata (Donna Moderna a settembre 2019 parlava di 60.000 follower, ora sono oltre 300.000).

La sua bravura le è valsa la menzione nei 30 talenti Under 30 di Forbes e il suo spirito imprenditoriale l’ha portata a fondare Will, un progetto editoriale che vuole fare un nuovo giornalismo.

Tutto procedeva per il meglio fino al 15 giugno, giorno in cui Dagospia pubblica un articolo dal titolo vergognoso (“La rottura dell’Imen”) ma dal contenuto veritiero: in realtà l’influencer non si è mai laureata, come conferma poche ore dopo lei stessa, prima togliendo la dicitura “economista” dalla bio di Instagram e poi confessando che mancano ancora degli esami per concludere la carriera universitaria.

Nessuno mette in discussione la capacità divulgativa di Imen, ma è chiaro che una bugia del genere mina la sua affidabilità. La fiducia della community si è incrinata e il fuggi-fuggi dei follower (- 7000 in una settimana) ne è la dimostrazione.

MIRKO SCARCELLA, IL RE DEI SOCIAL È NUDO.

Quando sei così umile da chiamare il tuo libro La Bibbia

Un giovane self-made man che ha scoperto la formula magica per “rompere” l’algoritmo di Instagram e trasformare chiunque in un influencer. Ecco l’immagine che Mirko Scarcella si è cucito addosso, grazie anche agli interventi televisivi e agli articoli che, definendolo “evangelista” e “re” dei social, hanno aumentato nei suoi follower la percezione di seguire una persona con una certa competenza e un certo portafoglio (clienti, ma non solo).

Donald Trump, le Kardashian, l’Università di Harvard… Questi erano solo alcuni dei nomi con cui millantava di lavorare. Fino al servizio delle Iene del 16 giugno, quando di fronte alle domande dirette dell’inviato ha negato tutto.

Inoltre si è scoperto che la magica formula algoritmica di Mirko consisteva nel comprare follower e interazioni da una delle tante piattaforme (illecite) online, come dimostrato dalla provenienza geografica e dai contenuti degli stessi profili, palesemente fake.

Se anche qui è stata messa fortemente in discussione l’affidabilità del personaggio, il caso ha una differenza rispetto a quello sopra. Perché a Imen viene riconosciuta una capacità divulgativa per cui la laurea sarebbe stata solo un’ulteriore conferma. Mentre Mirko è stato riconosciuto competente per i risultati che ha vantato, e che si sono dimostrati falsati. Per dirla alla markettingese, nel caso di Scarcella la crisi va a minare la stessa reason why del suo seguito.

Ipotizziamo quindi anche per lui lo stesso abbandono di seguaci, se non peggio, giusto?

La fonte è sempre Ninjalitics

Sbagliato. Dalla diffusione del filmato delle Iene i follower sono esponenzialmente aumentati. Perché? Ci sono 3 possibilità.

POSSIBILITÀ N° 1: Il lupo perde il pelo…

In realtà Scarcella sta applicando il suo solito trucchetto: comprare follower per dimostrare che ha ancora un seguito. Nella sua logica, è il numero di persone che ti segue a stabilire se sei nel giusto.

POSSIBILITÀ N° 2: Chi va con lo zoppo…

I nuovi follower sono gli spettatori delle Iene, approdati sull’Instagram di Scarcella per percularlo (difatti i commenti citano spesso il servizio). Cosi facendo però non si accorgono che stanno dando nuova linfa a questo personaggio per riproporsi in comparsate TV e firmacopie nei centri commerciali.

POSSIBILITÀ N° 3: Moglie e buoi…

Imen si è macchiata di gravi colpe su cui difficilmente gli italiani possono soprassedere: essere una donna, per giunta di successo, per giunta di origini marocchine. E chi osa divergere dal proprio stereotipo e nonostante ciò viene benedetto con la gloria, deve pagare i propri peccati il doppio per essere stato irriconoscente.

Infine, certo, ci sarebbe anche la possibilità n° 4. Ovvero, un miscuglio di tutte e tre le opzioni sopra.

Il rebranding del femminismo

È la penultima puntata della quarta stagione di Mad Men e l’agenzia pubblicitaria protagonista della serie si trova di fronte a uno dei suoi momenti più cruciali.

Il cliente principale, la Lucky Strike, corrispondente a più del 70% dei ricavi, ha deciso di andarsene. La scelta produce un effetto domino: gli altri clienti iniziano a sentire la barca che affonda e la abbandonano per trovare porti più sicuri dove continuare i propri affari. Il timore che la Sterling Cooper Draper Pryce chiuda i battenti sta generando una profezia autoavverantesi. Fino a quando il suo direttore creativo, Donald Draper, trova un’idea dopo il confronto con la copywriter Peggy Olson.

Peggy: “Stavo pensando all’agenzia e mi chiedevo cosa ne pensavi… Insomma… Perché non cambiamo il nome? Se fossimo cibo per cani, cambieremmo il nome.”

Donald: “Non possiamo ricominciare. L’abbiamo appena fatto.”

Peggy: “Ripeti sempre: se non ti piace quello che dicono di te, cambia la conversazione.”

Mad Men, Stagione 4, Episodio 12 “Fumo negli occhi”

Non priverò del piacere della sorpresa chi si fosse incuriosito e volesse scoprire come è andata a finire, preferisco parlare della riflessione che è scaturita da quel dialogo.

E cioè che il femminismo ha bisogno di un rebranding. Se fosse una marca, e come ogni cosa nell’ambito della comunicazione lo è, penseremmo a come ricostruirla.

Ci sono troppi fraintendimenti a riguardo, a volte dettati da oggettive problematiche, a volte sollecitati da chi aveva tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

PRIMO PROBLEMA: IL NAMING

Il primo, grande fraintendimento risiede proprio nel nome. Si tratta di un problema logico:

  • dato che “femminismo” è il contrario di “maschilismo”;
  • dato che con quest’ultimo s’intende la presunta superiorità dell’uomo sulla donna;
  • allora chi è femminista rivendica la superiorità della donna sull’uomo.

Corretto? No.

Perché il femminismo non reclama la superiorità, ma la parità di genere.

I movimenti maschilisti si chiamano così in quanto nati come risposta a questa richiesta di equità: dal loro punto di vista la differenza genetica corrisponde a una differenza di ruoli e di riconoscimenti.

Urge quindi ricordare che chi si professa femminista non è contro i maschi, ma contro il patriarcato.

SECONDO PROBLEMA: LE ASSOCIAZIONI DI MARCA

Dici “femminista” e in qualche angolo recondito del tuo cervello si forma quest’immagine di donna frustrata, arrabbiata e acida. È strano, soprattutto quando tu stessa ti definisci “femminista” ma non ti riconosci in quella figura.

È l’immaginario che ha costruito chi detiene il potere della narrazione dominante ad averti creato quel pensiero (a questo proposito invito a guardare il TED della scrittrice Chimamanda Adichie, “The danger of a single story”).

Cosa sarebbe successo se fin da subito si fosse parlato degli uomini femministi? Come sarebbe andata se le “quote rosa” fossero state presentate come “quote di riequilibrio”? Non lo possiamo sapere. Ma possiamo farci un’idea.

C’è poi un altro punto di debolezza del brand in esame, ed è il fatto che risulta frammentato in diverse correnti (come suonerebbe la frase se anziché “diverse” avessi usato l’aggettivo “tante” o, addirittura “troppe”?).

Il fatto che “le femministe non sanno mettersi d’accordo” sembrerebbe essere una prova della fragilità delle loro richieste. Eppure sarebbe così facile da obiettare, dato che stiamo parlando di migliaia se non milioni di persone, e pertanto è impossibile metterle tutte d’accordo.

Esistono diverse sfumature anche di essere cattolici, o capitalisti, e nessuno ha mai messo in dubbio la legittimità di queste credenze perché manca un’uniforme coesione.

TERZO PROBLEMA: IL TONO DI VOCE

Il ricorrente uso dell’ “urlato” nelle comunicazioni delle associazioni femministe ha – ammettiamolo – contribuito a creare quell’immagine di donna arrabbiata e frustrata.

Nell’ordine di voler cambiare la percezione delle istanze femministe, Hella Network, il collettivo di professioniste della comunicazione nato letteralmente qui, ha pubblicato una campagna dal tono tra l’ironico e l’amaro in occasione della Festa Della Mamma.

Il post è stato condiviso – in maniera spontanea e senza alcuna sponsorizzazione – da oltre 10 mila persone, alcune delle quali mi hanno scritto che lo hanno fatto proprio perché si discostava dai “soliti messaggi femministi”. È lì che è scattato qualcosa: il messaggio è a tutti gli effetti “femminista”, o perlomeno lo è nei contenuti. Forse non lo è nello stile e quindi nella percezione?

Mi chiedo quindi: la parità ha bisogno di essere comunicata in un modo nuovo?

DISCLAIMER

Naturalmente la campagna di Hella Network non è stata apprezzata in maniera unanime. È fisiologico che quando il tuo messaggio viene visto da oltre 1 milione e mezzo di persone, non si riesca a ottenere un riscontro univoco. In fondo, è quello che capita anche a cattolici e capitalisti, no?

Nel confronto Botteri-Hunziker a vincere è Ricci.

Di tutta la vicenda Giovanna Botteri e Striscia la Notizia, a colpirmi è stata l’immagine in cui la corrispondente dalla Cina viene accostata a quella di Michelle Hunziker, conduttrice e voce narrante del servizio.

Ne capisco il motivo, in fondo è una sintesi e antitesi perfetta: 

  • la prima è vilipesa per la sua presunta sciatteria, la seconda veste Trussardi;
  • le vediamo entrambe in TV, ma la prima nel giornalismo di guerra, la seconda nello scintillante mondo dello spettacolo; 
  • il curriculum della prima vanta il filmato in esclusiva mondiale dei bombardamenti su Baghdad, la seconda “Alex l’Ariete”;
  • la prima sembra “una di noi”, la seconda appare come la donna perfetta, perfino troppo: è in carriera ma al contempo è una super mamma, parla 5 lingue e ha dimostrato più volte di essere tutt’altro che stupida, le è stata dedicata una canzone che dice “Più bella cosa non c’è, di te, grazie d’esistere”… Devo continuare?

Soprattutto, la seconda ha fondato la onlus “Doppia difesa” per le donne vittime di violenza (che può essere di natura fisica, psicologica, economica e verbale); proprio lei si ritrova a fare body shaming e a negarlo?

È una domanda giusta e da fare, ma non dobbiamo fermarci qui.

Mettere due donne a confronto, per giunta in perfetta antitesi, è il principio del “divide et impera”, dividi e comanda, tanto caro alla cultura maschilista.

Metti contro una donna una sua simile-ma-non-troppo, lascia che gli spettatori si azzuffino su ciò che vedono, così chi sta dietro le quinte può continuare ad agire indisturbato.

Possiamo continuare a credere che sia colpa di Michelle Hunziker se è stato possibile mandare in onda un servizio di puro bullismo in uno dei programmi storici della TV italiana.

Possiamo continuare ad additare le veline e accusare loro di accettare l’oggettificazione del corpo femminile.

Oppure possiamo iniziare a chiedere il conto a chi ha davvero potere decisionale e lo esercita a proprio piacimento. A chi ha pensato e scritto quel servizio, per poi usare una voce femminile per giustificare meglio l’offesa – è un po’ come quando una tua amica t’invita a farti bella, no? No.

Antonio Ricci continua a rappresentare una realtà che non coincide più con quella attuale, ma che è schiava di una mentalità retrograda. Certo, è la cultura in cui è nato e cresciuto, ed è difficile liberarsene, soprattutto dopo che per una vita le cose andavano bene così.

Sta a noi far sentire che tutto ciò non ci sta più bene.

Iniziamo a individuare i veri responsabili.

L’8 marzo che non volevamo.

Non volevamo che ci venisse detto di restare in casa.

Che la nostra vita pubblica venisse disincentivata.

Che ci chiudessero in faccia le porte delle scuole e del lavoro.

Ma siamo donne e dall’origine dei tempi la società ci ha imposto queste regole, che sono ancora salde sebbene siano più tacite.

Basta guardare alla comunicazione in questo 8 marzo, data che viene usata spesso strumentalmente per avere facile engagement e consenso con il minimo sforzo creativo e impegno aziendale.

Sarebbe cosa buona e giusta che le cosiddette audience a cui si rivolgono questi brand fossero le prime a insorgere, ma nel frattempo possiamo iniziare a muoverci noi addette del settore.

Hella Network, il collettivo di professioniste della comunicazione che avevo lanciato a ottobre insieme a questo blog e che nel frattempo è diventata una realtà da oltre 500 partecipanti, ha stilato una Guida composta da 10 consigli per scongiurare i classici errori, che vanno dall'(ab)uso del corpo femminile alla perpetuazione degli stereotipi di genere.

Non m’illudo: so che questo non basta. Ma è un inizio. Il nostro inizio.

La lingua italiana se ne frega della tua cacofonia.

“Succede che ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone. In questo senso, chiamare le donne che fanno un certo lavoro con un sostantivo femminile non è un semplice capriccio, ma il riconoscimento della loro esistenza.”

Femminili singolari

Vera Gheno è sociolinguista, docente, traduttrice dall’ungherese e scrittrice. Attualmente collabora con la casa editrice Zanichelli, e prima ha lavorato per l’Accademia della Crusca, di cui è stata anche gestrice dell’account Twitter ai tempi dell’affaire #petaloso (per 48 ore tra i trending topic mondiali).

Gestrice ti suona male? Bene, perché proprio di questo parla nel suo libro “Femminili singolari”.

So che ci sono persone restie ad usare il femminile delle professioni. Alcune professioni. Perché finché si tratta di “operaia”, “casalinga” o “segretaria” non fanno alcuna opposizione. È quando sono in gioco lavori prestigiosi e apicali che subentra il problema.

Invocano la cacofonia per giustificare la loro avversione per “la sindaca”, “l’avvocata” o “la chirurga”. Per non parlare “dell’architetta”, così volgare!

Ma se la cacofonia è una questione soggettiva e personale, l’italiano è una questione oggettiva e collettiva. E Vera Gheno c’insegna che non esiste alcun impedimento di natura linguistica per scegliere i femminili. Semmai, le motivazioni che ci portano a rifiutarne l’uso sono di natura politica e culturale. Perché ci suona male ciò che non siamo abituati a sentire e noi parlanti siamo perlopiù conservatori.

Se usiamo “ministra” non stiamo facendo alcuna rivendicazione femminista; stiamo semplicemente declinando in maniera corretta un termine, come facciamo anche per “maestra” o “infermiera”. Non si tratta nemmeno di un neologismo, dato che esisteva già in latino con la valenza di governante della casa – semmai è un ampliamento semantico. Lo stesso discorso vale per “avvocata”, appellativo col quale ci si riferiva alla Madonna, quando l’attività forense era ancora preclusa alle donne.

Oggi siamo libere di studiare giurisprudenza; non dimentichiamoci che è stata una conquista, non diamola per scontata e soprattutto non sviliamola chiedendo di essere definite avvocati/notai/magistrati perché vogliamo la stessa dignità dei nostri colleghi. Proprio nel credere che la competenza sia in mani (e forme) maschili risiede il problema.

Ci sono molti motivi per cui consiglio la lettura del libro della Dottoressa Gheno e, senza spoiler (questo sì che è un neologismo), posso anticiparti che ho trovato particolarmente interessanti i punti in cui si parla di:

  • “minchiarimento”, ovvero la traduzione italiana di “mansplaining”;
  • le tre reazioni alla tecnologia in base alla fase di vita in cui ci troviamo;
  • l’androcentrismo linguistico come problema italiano e non francese, tedesco o spagnolo;
  • il falso mito del neutro all’inglese;
  • come un prestito dal napoletano può essere la soluzione alla questione di genere.

Chiudo con una citazione che vale come risposta a chi dirà che sono ben altre le preoccupazioni di cui occuparsi:

“Le questioni linguistiche non sono mai velleitarie, perché attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero, la nostra essenza stessa di esseri umani, ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. La lingua non è un accessorio dell’umanità, ma il suo centro.”

Vera Gheno

Se ti è piaciuto questo articolo, potrebbe interessarti leggere il motivo per cui chiedo che le direttrici creative si chiamino così.

Imparare dalle migliori: Virginia Mori.

“Le idee sono come i sogni: devi imprimerle subito su carta.”

Virginia Mori

Questo non è solo l’inizio di un post; è l’inizio di una rubrica per mettere in luce quelle professioniste che eccellono nel proprio campo e meritano spazio.

Non che Virginia Mori avesse bisogno di questo piccolo blog per essere riconosciuta come una delle illustratrici più interessanti nel panorama attuale, ma dare visibilità a un talento può aiutare tutti e tutte.

Ammetto di averla scoperta solo poco tempo fa, durante “Digital Heroes”, il format di talk organizzato da Imille.

Nelle due ore dell’incontro ho imparato che:

  • se per una creativa pubblicitaria è importante non avere uno stile troppo riconoscibile, per una creativa è fondamentale il contrario;
  • chi pensa che le donne disegnino rassicuranti sogni domestici a tinte pastello, dovrebbe fare un corso di aggiornamento;
  • di certo non è facile trovare molte aziende disposte a uscire dal terreno della felicità come unico sentimento esplorabile nella propria comunicazione. Ma a volte basta un solo cliente. Tipo Gucci, che ha trasposto su foto le visioni oniriche di Mori;
  • si può avere più di 62K di follower su Instagram – ottenendo quindi la patente di middle influencer – ed essere sinceramente modesti;
  • si può essere bravissimi nel proprio lavoro, ma ancora migliori quando si collabora.

Ringrazio Virginia Mori per avermi concesso la pubblicazione dei suoi lavori.

Esistono le direttrici creative?

“Facciamo qualsiasi mestiere, possiamo conquistare ogni carica, in fondo. Siamo protagoniste delle pubblicità e dei film. Ma se è per questo, di immagini femminili è piena da sempre anche la pornografia. Non è la quantità a fare visibilità. È la considerazione, è l’autorevolezza, sono i ruoli che ricopriamo.”

Basta!

Come rilevato dalla ricerca di UNA, nelle società di comunicazione le donne rappresentano il 65% della forza lavoro. Se saliamo ai piani alti, però, la quota femminile scende inesorabilmente fino ad arrivare al 36%, poco più della metà. Per questo darei il doppio della visibilità a quelle donne che operano nelle stanze dei bottoni, così da dare un segnale a chi sta per iniziare nel nostro settore, ma anche a chi c’è già da tempo.

Quando mi hanno riferito che da settembre la testata “YouMark!” sta conducendo una serie di interviste proprio alle professioniste che ricoprono ruoli di potere, ne ero compiaciuta.

Mi piacerebbe parlarvi di questa lodevole iniziativa senza aggiungere “ma”. Ma pensiamo un attimo alla scelta di una parola piuttosto che un’altra.

Stefania Siani non è “un direttore creativo”. Non è nemmeno una dei “direttori creativi donne”, come si legge qualche riga più giù. È (la) direttrice creativa.

Come ha ribadito più volte l’Accademia della Crusca, poiché nella lingua italiana manca la forma neutra, siamo costretti a declinare le nostre parole al maschile o al femminile. Che in questo caso è direttrice creativa.

Sappiamo che non si tratta solo di cambiare qualche vocale; si tratta di cambiare immaginario.

Chiedete a un gruppo di bambine e bambini di disegnarvi “un direttore”: quanti hanno dipinto un uomo, e quanti una donna?

E nella vostra testa di adulti, si è affacciata subito un’immagine maschile o femminile?

Non voglio fare alcuna polemica con “YouMark!”, che anzi torno a elogiare per la scelta editoriale intrapresa, e v’invito a seguire le prossime interviste alle professioniste che hanno saputo conquistarsi un posto al vertice.

Che questo errore ci faccia però riflettere su quanto tutti noi, donne e uomini che lavoriamo nella comunicazione, abbiamo ancora da imparare sulla rappresentazione equa nei media.

La scelta delle parole e delle immagini sarà sicuramente uno dei temi che voglio affrontare con il collettivo delle professioniste.

A proposito: ringrazio una delle partecipanti, Stefania Rossi, per avermi suggerito il tema di questo post e il riferimento al lungo lavoro di divulgazione svolto dall’Accademia della Crusca sulla questione.