L’8 marzo che non volevamo.

Non volevamo che ci venisse detto di restare in casa.

Che la nostra vita pubblica venisse disincentivata.

Che ci chiudessero in faccia le porte delle scuole e del lavoro.

Ma siamo donne e dall’origine dei tempi la società ci ha imposto queste regole, che sono ancora salde sebbene siano più tacite.

Basta guardare alla comunicazione in questo 8 marzo, data che viene usata spesso strumentalmente per avere facile engagement e consenso con il minimo sforzo creativo e impegno aziendale.

Sarebbe cosa buona e giusta che le cosiddette audience a cui si rivolgono questi brand fossero le prime a insorgere, ma nel frattempo possiamo iniziare a muoverci noi addette del settore.

Hella Network, il collettivo di professioniste della comunicazione che avevo lanciato a ottobre insieme a questo blog e che nel frattempo è diventata una realtà da oltre 500 partecipanti, ha stilato una Guida composta da 10 consigli per scongiurare i classici errori, che vanno dall'(ab)uso del corpo femminile alla perpetuazione degli stereotipi di genere.

Non m’illudo: so che questo non basta. Ma è un inizio. Il nostro inizio.

In evidenza

AAA cercasi donne che lavorano nella comunicazione.

Niente cambia all’istante. In una vasca che si scalda a poco a poco, finiremmo bolliti vivi prima di accorgercene.

Il racconto dell’ancella

Nel 2010 seguivo almeno una quarantina di blog sulla comunicazione. Erano di due tipi: quelli che mostravano le pubblicità e quelli che parlavano dell’advertising.

In quest’ultimo gruppo, a volte ci si spingeva anche su argomenti scomodi, come le gare selvagge e il precariato a tempo indeterminato dei giovani.

Dietro il nickname del blogger poteva celarsi un direttore creativo come uno studente. E almeno in questo campo, non esisteva gender gap: le donne erano tante quanti gli uomini. Eravamo in quel magico momento in cui ti sembra che una nuova tecnologia stia davvero cambiando le cose e che tu stia contribuendo a quel miglioramento. Era un’illusione, naturalmente.

Nel 2012 la principale piattaforma su cui poggiavano questi blog, la compianta Splinder, chiudeva i battenti mentre stava emergendo la nuova tendenza di mercato: il microblogging dei social network.

Facebook, Twitter, LinkedIn: quelle che oggi consideriamo come le reti che aiutano ad avvicinarci, in realtà sciolsero le community dei comunicatori di professione, perché tutti erano diventati partecipanti attivi della comunicazione di un brand.

E oggi che non siamo più protetti da nickname ma abbiamo un profilo che riporta il nostro nome e cognome, siamo un po’ meno portati a scrivere di quell’agenzia che fa lavorare gli stagisti fino alle 2 di notte, o quell’azienda che invia i brief di venerdì chiedendo delle proposte per il lunedì.

E sono sparite le donne, le insider del mondo dell’advertising. Devo quindi pensare che sia tutto risolto? Che se vado a spulciare le risorse interne, non noterò una discrepanza tra la percentuale di donne ai piani bassi e quelle al vertice? Che è stata raggiunta la parità salariale, a differenza di ciò che sta succedendo nelle altre industrie? E che tutto ciò è confermato dal fatto che non c’è più oggettivazione del corpo femminile in pubblicità?

Questo blog nasce per trovare le risposte a queste domande. Insieme lo faremo meglio.

Cerco donne che lavorano nel campo della comunicazione e che hanno voglia di stendere un piano per far sentire la nostra voce.

Non m’interessa che siano professioniste da uno o trenta anni, che lavorino in azienda o in agenzia, che siano in una piccola realtà o in una multinazionale.

Il modo in cui le donne vengono raccontate oggi dipende anche da ciò che esce dagli uffici in cui passiamo le nostre giornate, per questo dobbiamo essere partecipi della nostra stessa narrazione.

Sia chiaro che non ho niente contro gli uomini – d’altronde ho tanti amici maschi – per questo, se volessero aiutarmi, potrebbero farlo condividendo questo post sui social o segnalandolo alle loro colleghe, cape, amiche, compagne, parenti.

Buon nuovo inizio a tutti.