La lingua italiana se ne frega della tua cacofonia.

“Succede che ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone. In questo senso, chiamare le donne che fanno un certo lavoro con un sostantivo femminile non è un semplice capriccio, ma il riconoscimento della loro esistenza.”

Femminili singolari

Vera Gheno è sociolinguista, docente, traduttrice dall’ungherese e scrittrice. Attualmente collabora con la casa editrice Zanichelli, e prima ha lavorato per l’Accademia della Crusca, di cui è stata anche gestrice dell’account Twitter ai tempi dell’affaire #petaloso (per 48 ore tra i trending topic mondiali).

Gestrice ti suona male? Bene, perché proprio di questo parla nel suo libro “Femminili singolari”.

So che ci sono persone restie ad usare il femminile delle professioni. Alcune professioni. Perché finché si tratta di “operaia”, “casalinga” o “segretaria” non fanno alcuna opposizione. È quando sono in gioco lavori prestigiosi e apicali che subentra il problema.

Invocano la cacofonia per giustificare la loro avversione per “la sindaca”, “l’avvocata” o “la chirurga”. Per non parlare “dell’architetta”, così volgare!

Ma se la cacofonia è una questione soggettiva e personale, l’italiano è una questione oggettiva e collettiva. E Vera Gheno c’insegna che non esiste alcun impedimento di natura linguistica per scegliere i femminili. Semmai, le motivazioni che ci portano a rifiutarne l’uso sono di natura politica e culturale. Perché ci suona male ciò che non siamo abituati a sentire e noi parlanti siamo perlopiù conservatori.

Se usiamo “ministra” non stiamo facendo alcuna rivendicazione femminista; stiamo semplicemente declinando in maniera corretta un termine, come facciamo anche per “maestra” o “infermiera”. Non si tratta nemmeno di un neologismo, dato che esisteva già in latino con la valenza di governante della casa – semmai è un ampliamento semantico. Lo stesso discorso vale per “avvocata”, appellativo col quale ci si riferiva alla Madonna, quando l’attività forense era ancora preclusa alle donne.

Oggi siamo libere di studiare giurisprudenza; non dimentichiamoci che è stata una conquista, non diamola per scontata e soprattutto non sviliamola chiedendo di essere definite avvocati/notai/magistrati perché vogliamo la stessa dignità dei nostri colleghi. Proprio nel credere che la competenza sia in mani (e forme) maschili risiede il problema.

Ci sono molti motivi per cui consiglio la lettura del libro della Dottoressa Gheno e, senza spoiler (questo sì che è un neologismo), posso anticiparti che ho trovato particolarmente interessanti i punti in cui si parla di:

  • “minchiarimento”, ovvero la traduzione italiana di “mansplaining”;
  • le tre reazioni alla tecnologia in base alla fase di vita in cui ci troviamo;
  • l’androcentrismo linguistico come problema italiano e non francese, tedesco o spagnolo;
  • il falso mito del neutro all’inglese;
  • come un prestito dal napoletano può essere la soluzione alla questione di genere.

Chiudo con una citazione che vale come risposta a chi dirà che sono ben altre le preoccupazioni di cui occuparsi:

“Le questioni linguistiche non sono mai velleitarie, perché attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero, la nostra essenza stessa di esseri umani, ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. La lingua non è un accessorio dell’umanità, ma il suo centro.”

Vera Gheno

Se ti è piaciuto questo articolo, potrebbe interessarti leggere il motivo per cui chiedo che le direttrici creative si chiamino così.

Imparare dalle migliori: Virginia Mori.

“Le idee sono come i sogni: devi imprimerle subito su carta.”

Virginia Mori

Questo non è solo l’inizio di un post; è l’inizio di una rubrica per mettere in luce quelle professioniste che eccellono nel proprio campo e meritano spazio.

Non che Virginia Mori avesse bisogno di questo piccolo blog per essere riconosciuta come una delle illustratrici più interessanti nel panorama attuale, ma dare visibilità a un talento può aiutare tutti e tutte.

Ammetto di averla scoperta solo poco tempo fa, durante “Digital Heroes”, il format di talk organizzato da Imille.

Nelle due ore dell’incontro ho imparato che:

  • se per una creativa pubblicitaria è importante non avere uno stile troppo riconoscibile, per una creativa è fondamentale il contrario;
  • chi pensa che le donne disegnino rassicuranti sogni domestici a tinte pastello, dovrebbe fare un corso di aggiornamento;
  • di certo non è facile trovare molte aziende disposte a uscire dal terreno della felicità come unico sentimento esplorabile nella propria comunicazione. Ma a volte basta un solo cliente. Tipo Gucci, che ha trasposto su foto le visioni oniriche di Mori;
  • si può avere più di 62K di follower su Instagram – ottenendo quindi la patente di middle influencer – ed essere sinceramente modesti;
  • si può essere bravissimi nel proprio lavoro, ma ancora migliori quando si collabora.

Ringrazio Virginia Mori per avermi concesso la pubblicazione dei suoi lavori.

Esistono le direttrici creative?

“Facciamo qualsiasi mestiere, possiamo conquistare ogni carica, in fondo. Siamo protagoniste delle pubblicità e dei film. Ma se è per questo, di immagini femminili è piena da sempre anche la pornografia. Non è la quantità a fare visibilità. È la considerazione, è l’autorevolezza, sono i ruoli che ricopriamo.”

Basta!

Come rilevato dalla ricerca di UNA, nelle società di comunicazione le donne rappresentano il 65% della forza lavoro. Se saliamo ai piani alti, però, la quota femminile scende inesorabilmente fino ad arrivare al 36%, poco più della metà. Per questo darei il doppio della visibilità a quelle donne che operano nelle stanze dei bottoni, così da dare un segnale a chi sta per iniziare nel nostro settore, ma anche a chi c’è già da tempo.

Quando mi hanno riferito che da settembre la testata “YouMark!” sta conducendo una serie di interviste proprio alle professioniste che ricoprono ruoli di potere, ne ero compiaciuta.

Mi piacerebbe parlarvi di questa lodevole iniziativa senza aggiungere “ma”. Ma pensiamo un attimo alla scelta di una parola piuttosto che un’altra.

Stefania Siani non è “un direttore creativo”. Non è nemmeno una dei “direttori creativi donne”, come si legge qualche riga più giù. È (la) direttrice creativa.

Come ha ribadito più volte l’Accademia della Crusca, poiché nella lingua italiana manca la forma neutra, siamo costretti a declinare le nostre parole al maschile o al femminile. Che in questo caso è direttrice creativa.

Sappiamo che non si tratta solo di cambiare qualche vocale; si tratta di cambiare immaginario.

Chiedete a un gruppo di bambine e bambini di disegnarvi “un direttore”: quanti hanno dipinto un uomo, e quanti una donna?

E nella vostra testa di adulti, si è affacciata subito un’immagine maschile o femminile?

Non voglio fare alcuna polemica con “YouMark!”, che anzi torno a elogiare per la scelta editoriale intrapresa, e v’invito a seguire le prossime interviste alle professioniste che hanno saputo conquistarsi un posto al vertice.

Che questo errore ci faccia però riflettere su quanto tutti noi, donne e uomini che lavoriamo nella comunicazione, abbiamo ancora da imparare sulla rappresentazione equa nei media.

La scelta delle parole e delle immagini sarà sicuramente uno dei temi che voglio affrontare con il collettivo delle professioniste.

A proposito: ringrazio una delle partecipanti, Stefania Rossi, per avermi suggerito il tema di questo post e il riferimento al lungo lavoro di divulgazione svolto dall’Accademia della Crusca sulla questione.

Collettivo delle donne nella comunicazione a quota 300 (-1)

297 iscritte al collettivo di donne nella comunicazione,

più la sottoscritta,

più un uomo – a proposito, Paolo, grazie ancora per aver condiviso l’iniziativa su LinkedIn.

In questi giorni ho ricevuto diverse domande; è giunto il momento di rispondere.

“Qual è la distribuzione sul territorio delle adesioni?”

Raccogliendo le varie città per provincia, in Italia siamo a

  • Milano: 92
  • Roma: 26
  • Bergamo, Torino: 8
  • Firenze, Verona: 7
  • Bologna, Padova, Varese: 6
  • Cremona, Modena, Napoli, Ravenna, Vicenza: 4
  • Perugia, Pesaro e Urbino, Venezia: 3
  • Ancona, Brescia, Cagliari, Caserta, Catania, Cuneo, Macerata, Monza, Parma, Pescara, Pisa, Pistoia, Treviso: 2
  • Alessandria, Alghero, Ascoli Piceno, Benevento, Cesena, Genova, Grosseto, Lecco, Lodi, Lucca, Massa Carrara, Nuoro, Pavia, Piombino, Potenza, Prato, Rimini, Salerno, Viterbo, Taranto, Trani, Trento: 1

Nel mondo:

  • Londra: 2
  • Basingstoke, Chiasso, Copenhagen, Dubai, Dublino, Jeddah, Los Angeles, Lugano, Parigi, Stoccolma: 1

 Se i conti non tornano è perché alcuni sondaggi devono ancora essere compilati.

“Faremo partecipare anche gli uomini?”

Un gruppo “per le donne” non è un gruppo “contro gli uomini”; se vorranno rimanere aggiornati sui nostri canali o assistere alle riunioni, non vedo perché dovremmo escluderli. 

“Come posso invitare altre donne a far parte del collettivo?”

Per ora, dicendo loro di scrivermi a flaviabrevi84[chiocciola]gmail.com

“Come sarebbe organizzato il lavoro?”

Durante un pranzo con Domitilla siamo arrivate alla conclusione che sarebbe efficace individuare le mentor – immagino che in italiano non esista un corrispettivo femminile – che, grazie alla loro esperienza e al fatto che sono già dei punti di riferimento nei rispettivi settori, potranno aiutare il collettivo per la parte di formazione, networking e rappresentanza. 

Il collettivo sarà fatto anche da tutte le iscritte che contribuiranno attraverso:

  • segnalazioni di notizie e relativo dibattito,
  • proposte di attività,
  • votazioni quando ci sarà da prendere delle decisioni,
  • altro (che non si sa mai).

“L’attività sarà completamente da remoto?”

L’attività sarà principalmente da remoto, ma mi piacerebbe riuscire a parlarci di persona almeno una volta al mese. Come vedete dalla distribuzione sul territorio, il punto di ritrovo più comodo per la maggioranza è Milano.

Certo, possiamo pensare a come far collegare chi non potrà esserci fisicamente. Certo, non stiamo escludendo la possibilità di fare trasferte in futuro.

“Ci sono realtà a cui ti sei ispirata (anche all’estero) e che posso iniziare a studiare per fare un po’ di benchmarking?”

Pensavo non esistesse nulla del genere, poi per caso mi sono imbattuta in quest’evento dove si parlerà di shesaid.so, la rete internazionale di donne che lavorano nell’industria musicale.  

Vi suona familiare?

Il soffitto di cristallo delle agenzie di comunicazione

“Le donne rappresentano il 65% della forza lavoro, percentuale che rimane stabile in pressoché tutte le fasce di età. Si tratta chiaramente di una peculiarità di questo settore, che lo differenzia sia dal mercato del lavoro italiano nel suo complesso, nel quale la quota di donne tra gli occupati è pari solo al 42%, sia al solo mercato dei servizi, dove le donne sono il 47%. Tuttavia, un forte divario di genere emerge proprio confrontando la percentuale media di donne tra tutti gli occupati del settore con quella nelle posizioni apicali delle società. Tra i dirigenti, infatti, la quota di donne scende drasticamente di ben 30 punti percentuali al di sotto della media di settore (passando da 66% a 36%).”

Il mercato del lavoro nel settore della comunicazione italiana

È stato pubblicato il secondo rapporto italiano del Centro Studi UNA e fossi in te ci darei un’occhiata.

Gli expat della pubblicità: intervista a Francesca Nobili.

Credo che ognuno di noi conosca almeno un pubblicitario che a un certo punto della propria carriera – puff! – scompare dai dintorni.

Scopri mesi dopo che non ha vinto al Superenalotto, ma ha cambiato comunque vita. 

Questi “expat della pubblicità” hanno valicato dei confini, a volte geografici, a volte simbolici, passando a fare tutt’altro lavoro.

Vorrei capire: perché? È per la pubblicità in sé? È per il sistema?

Se conoscete qualcuno che corrisponde alla descrizione, vi sarei grata se me ne scriveste alla mail flaviabrevi84[chiocciola]gmail.com.

Oggi inauguro quello che vorrei fosse un appuntamento periodico sugli expat della pubblicità con Francesca Nobili, ex copywriter a Milano, oggi…

Già Francesca, oggi cosa fai?

Vivo a Los Angeles, CA, la città per me più bella e interessante del mondo, dove lavoro come Art Director, Set Decorator e Prop Master per piccole produzioni cinematografiche, documentari, spot pubblicitari e video musicali. Amo costruire i mondi in cui avviene la magia del cinema e traggo immensa soddisfazione nel dare vita alla visione del regista. Inoltre, continuo a coltivare la mia passione per i corti in stop motion (o “passo uno”, perché l’italiano è la lingua più bella del mondo) come One-Woman Film Crew (questo lo lasciamo in inglese, per rispetto di Robert Rodriguez, l’originale). In pratica faccio tutto io, dall’Idea alla costruzione del set e dei pupazzi, animazione, riprese, montaggio, direzione di doppiaggio, sound design e post-produzione. Ho il controllo totale sul processo creativo, niente clienti, niente budget, niente deadline. Questa mia passione è ciò che mi ha fatto ottenere il visto come “Aliena di straordinarie abilità” (lo dicono loro, eh!) e i miei corti stanno ottenendo un buon successo nel circuito dei festival, specialmente qui negli USA. Perché neanche ci provo più a inviare i miei corti in Italia.

Quindi con la pubblicità hai chiuso?

Non esattamente. Da 10 anni lavoro come transcreator e VO Director, mi occupo della localizzazione di campagne internazionali e spot pubblicitari per il mercato italiano. Decisamente meno creativo come lavoro, ma mi consente di mantenere un legame con il mondo della pubblicità e di pagare le bollette.

Cosa mina di più la passione per il mondo della pubblicità?

In base alla mia esperienza personale, direi che sono due i fattori principali.

Passati ormai decenni da quando Volkswagen diede carta bianca a Bill Bernbach, il primo fattore è la mancanza di rispetto da parte del cliente nei confronti della professionalità e dell’esperienza dell’agenzia e/o del creativo. Siamo (ops, siete) diventati meri esecutori del gusto personale di chi non capisce una fava di comunicazione e creatività, ma paga e quindi muti. Ma paga, e quindi rosso su blu, l’accento sbagliato sul perché (grrr) e l’ormai celeberrimo “me lo fai un po’ più grande”. Mentre a Cannes si mandano le campagne fake per farsi belli con la pashmina al collo e la fidanzata celebrity sotto braccio.

E, guarda un po’, il secondo fattore è la mancanza di rispetto dell’agenzia stessa nei confronti di chi ci lavora. Quelli che hanno vissuto i fasti degli anni ’80 oggi sono aggrappati alla poltrona e al loro stipendio ingiustificato con le unghie e le dentiere. Non importa se chi hanno assunto a co.co.dè ne sa più di loro, è oggettivamente più bravo, si aggiorna, sa fare e ha voglia di fare. Non importa se ‘sti poveri illusi continuano a fare le 2 del mattino per vincere gare che mai saranno riconosciute loro. Neanche internamente. Neanche con una pacca sulla spalla. Neanche con una pizza dei cinesi quando lavori in agenzia anche la domenica e fuori ci sono 20 cm di neve e l’AD passa a controllare che stiate davvero lavorando (duh?!), si dà una grattata di palle e va via ché lo aspettano da Cracco. Troppo dettagliato? L’ho detto che avrei parlato in base alla mia esperienza personale.

E così, chi sa fare e ha voglia di creare, piuttosto rischia e diventa freelance, per poi interfacciarsi direttamente col cliente di cui sopra. E così, dopo diecimila modifiche ridicole e i tanti, troppi mancati pagamenti, chi sa fare e ha voglia di creare, si mette a fare altro.

Perché non si sceglie di essere creativi. Essere creativi è una necessità. Come uno starnuto. E si sa che bloccare uno starnuto può avere serie conseguenze sulla salute.

E si sa che i creativi hanno un ego tutto particolare.

Bisogna rispettare il creativo.

Altrimenti finisci come stanno finendo tante agenzie pubblicitarie. Male.

David Ogilvy diceva “Tolerate genius”.

Oggi, probabilmente, sarebbe costretto a dire “Respect genius”.

Conosci altri “expat” della pubblicità come te? Mi riferisco a persone che non sono necessariamente andate via dall’Italia, ma che sono scappate dal nostro lavoro.

Ne conosco qualcuno ed è interessante il fatto che anche loro erano copywriter e si sono dati ad arti visive. Sono diventati tatuatori, fotografi, registi… Dalle parole alle immagini. Non posso parlare per loro, ma per me si è trattata di una necessità (come sempre). Avevo mille storie in testa e le parole non mi bastavano più. Così ho iniziato a muovere oggetti, millimetro dopo millimetro, davanti ad una telecamera, e ho appreso ciò di cui avevo bisogno per dare vita a quelle storie. Nel farlo ho scoperto la pace mentale del lavoro manuale e da lì a costruire mondi a suon di martello e trapano è stato un attimo. Più o meno.

Giusto per non lasciare chi ci legge e la sottoscritta in compagnia di ansia e pessimismo, ci fai vedere uno dei tuoi corti e puoi giustamente vantarti dei risultati ottenuti? 

Nessuna ansia e pessimismo, anzi, spero che la mia storia sia di ispirazione. Se hai passione per ciò che fai e hai voglia di fare, tutto è possibile. Oggi non rimpiango nulla. Ho sofferto e combattuto, ho pianto (tantissimo) ma non ho mai smesso di crederci. Impossibile. A muso duro e cuor leggero, oggi vivo la vita dei miei sogni, all’insegna della creatività e della libertà. E, soprattutto, non mi annoio mai. Ma lasciare l’Italia era un passo necessario verso questo obiettivo. Non sarei mai riuscita a fare a Milano o Roma quello che sto facendo qui. Perché non basta la voglia di fare e una certa dose di talento, serve anche l’opportunità.

E gli Stati Uniti mi hanno dato quell’opportunità che, nel giro di tre anni, mi ha portato a calcare un bel po’ di red carpet e finire su Getty Images, anche se faccio ancora tanta fatica a mettermi in posa come una piccola teiera. Decisamente sono più a mio agio dietro la telecamera.

A Tale Of A Sassy Little Girl è, in ordine cronologico, il mio ultimo corto. L’idea iniziale era quella di realizzare un video per augurare Happy Halloween ma, per il principio che alla fine faccio sempre quello che voglio, mi sono ritrovata a raccontare la storia di una bambina che affronta e sconfigge i suoi “mostri” con coraggio e, soprattutto, grazie alla sua creatività. 

Un messaggio per me molto importante, in quanto donna e creativa.

E adesso la ruota di pavone. Cerco di farla breve.

La mia Sassy Girl è stata proiettata a 26 festival cinematografici. È arrivata semifinalista a 4, finalista a 2, ha vinto 9 premi tra cui 3 come Miglior Corto di Animazione, e mi ha valso 2 premi personali, il Wonder Woman Award e il Best Women Over 40 (subito ribattezzato “premio geriatrico”).

Ma, se mi consenti, vorrei approfittare di questa opportunità (vedi quanto è importante per un creativo avere un’opportunità?) per mostrare un altro corto a cui sono molto affezionata e che non è mai riuscito a sbarcare in Italia. È un mini documentario a passo uno sulla vera storia di Francesco Leonardi, l’inventore dell’Amatriciana. Ho realizzato questo corto come parte della mia serie di ricette animate, ma soprattutto per commemorare le vittime del terremoto del Centro Italia del 24 agosto 2016. L’avevo inviato a dei festival romani, ma… Vedi sopra.

Collettivo donne della comunicazione – giorno 1

“Quando il compito che ci diamo ha l’urgenza della passione, non c’è niente che possa impedirci di portarlo a termine.”

Storia di chi fugge e di chi resta

Dicono che non sappiamo fare gioco di squadra, eppure più di 200 professioniste si sono dimostrate interessate al collettivo delle donne della comunicazione e della pubblicità.

Alcune sono arrivate su segnalazione di una collega, moltissime dal post LinkedIn di Paolo Iabichino, una su suggerimento del marito.

E poi c’è lei, che non potendo aderire perché ha fatto altro nella vita, ha comunque espresso la sua partecipazione.

Messaggio mamma collettivo donne della comunicazione

Quindi, grazie. Grazie a chi ha capito che questo collettivo “per donne” non è “contro gli uomini” e che ora, direttamente o indirettamente, ne fa parte.

Ieri ho inviato un’email per conoscere un po’ meglio la composizione del gruppo, ma soprattutto per rispondere alle 3 domande principali che mi sono state fatte sull’argomento. Le riporto anche qui, ché non abbiamo niente da nascondere.

PERCHÉ CREARE UN COLLETTIVO?

Mai come oggi la comunicazione presta attenzione al modo in cui le donne vengono rappresentate. Ma non basta fare una pubblicità che faccia leva sulla parità di genere: serve che l’azienda che la firma e l’agenzia che l’ha creata siano le prime a metterla in pratica. 
Dando alle donne le stesse possibilità di carriera degli uomini. 
Assicurando parità salariale a fronte della medesima esperienza, competenza e rilevanza. 
Promuovendo un ambiente lavorativo inclusivo, a partire dal linguaggio usato.
Comunicando, quindi, una rappresentazione della donna libera da vecchi stereotipi e pregiudizi.

IN COSA CONSISTE?

Il collettivo è un gruppo di professioniste della comunicazione che hanno l’intenzione di andare oltre le classiche divisioni (ruoli gerarchici, competizione tra aziende) per portare avanti un unico messaggio: la parità di genere si comunica anche con i fatti.
Per questo il collettivo sarà impegnato in:

  • Attività di formazione, informazione e aggiornamento al suo interno;
  • Campagne di sensibilizzazione verso il grande pubblico e le aziende;
  • Creazione di occasioni per fare networking.

Poiché l’adesione al collettivo è su base volontaria, ognuna ha il sacrosanto diritto di partecipare come può, quando può.
La vera forza del collettivo risiede nella coesione delle persone che lo formano e nell’eterogeneità delle figure professionali rappresentate.

SÌ, MA IN PRATICA? CHE FACCIAMO?
Per cominciare dovremo:

  • Dare un nome a questo collettivo e darci uno statuto; 
  • Decidere e calendarizzare gli appuntamenti e le attività, quindi procedere con la loro organizzazione; 
  • Scegliere la strategia dei canali da usare per la comunicazione interna ed esterna, quindi loro implementazione e aggiornamento;
  • Stendere un manifesto per le aziende e le agenzie che operano nella comunicazione.

E dovremo fare tutto questo insieme. 

Se non avete ricevuto la newsletter o se volete entrare a far parte del gruppo, scrivetemi nei commenti.

In evidenza

AAA cercasi donne che lavorano nella comunicazione.

Niente cambia all’istante. In una vasca che si scalda a poco a poco, finiremmo bolliti vivi prima di accorgercene.

Il racconto dell’ancella

Nel 2010 seguivo almeno una quarantina di blog sulla comunicazione. Erano di due tipi: quelli che mostravano le pubblicità e quelli che parlavano dell’advertising.

In quest’ultimo gruppo, a volte ci si spingeva anche su argomenti scomodi, come le gare selvagge e il precariato a tempo indeterminato dei giovani.

Dietro il nickname del blogger poteva celarsi un direttore creativo come uno studente. E almeno in questo campo, non esisteva gender gap: le donne erano tante quanti gli uomini. Eravamo in quel magico momento in cui ti sembra che una nuova tecnologia stia davvero cambiando le cose e che tu stia contribuendo a quel miglioramento. Era un’illusione, naturalmente.

Nel 2012 la principale piattaforma su cui poggiavano questi blog, la compianta Splinder, chiudeva i battenti mentre stava emergendo la nuova tendenza di mercato: il microblogging dei social network.

Facebook, Twitter, LinkedIn: quelle che oggi consideriamo come le reti che aiutano ad avvicinarci, in realtà sciolsero le community dei comunicatori di professione, perché tutti erano diventati partecipanti attivi della comunicazione di un brand.

E oggi che non siamo più protetti da nickname ma abbiamo un profilo che riporta il nostro nome e cognome, siamo un po’ meno portati a scrivere di quell’agenzia che fa lavorare gli stagisti fino alle 2 di notte, o quell’azienda che invia i brief di venerdì chiedendo delle proposte per il lunedì.

E sono sparite le donne, le insider del mondo dell’advertising. Devo quindi pensare che sia tutto risolto? Che se vado a spulciare le risorse interne, non noterò una discrepanza tra la percentuale di donne ai piani bassi e quelle al vertice? Che è stata raggiunta la parità salariale, a differenza di ciò che sta succedendo nelle altre industrie? E che tutto ciò è confermato dal fatto che non c’è più oggettivazione del corpo femminile in pubblicità?

Questo blog nasce per trovare le risposte a queste domande. Insieme lo faremo meglio.

Cerco donne che lavorano nel campo della comunicazione e che hanno voglia di stendere un piano per far sentire la nostra voce.

Non m’interessa che siano professioniste da uno o trenta anni, che lavorino in azienda o in agenzia, che siano in una piccola realtà o in una multinazionale.

Il modo in cui le donne vengono raccontate oggi dipende anche da ciò che esce dagli uffici in cui passiamo le nostre giornate, per questo dobbiamo essere partecipi della nostra stessa narrazione.

Sia chiaro che non ho niente contro gli uomini – d’altronde ho tanti amici maschi – per questo, se volessero aiutarmi, potrebbero farlo condividendo questo post sui social o segnalandolo alle loro colleghe, cape, amiche, compagne, parenti.

Buon nuovo inizio a tutti.