Come il Coronavirus sta cambiando la comunicazione aziendale.

Forse avrete notato anche voi che stiamo vivendo un periodo eccezionale, che sta cambiando non solo la nostra quotidianità di persone, ma anche quello che pensavamo di sapere finora sulla comunicazione.

Grazie al Coronavirus stiamo capendo che [ELENCO IN AGGIORNAMENTO]:

  • La pubblicità non è sempre necessaria, la comunicazione sì. Da alcune settimane non abbiamo bisogno di sapere qual è il supermercato più vicino ai nostri valori, ma alle nostre abitazioni. Nel frattempo però stiamo leggendo quali si stanno mobilitando per effettuare consegne a domicilio gratuite agli anziani o per fare donazioni agli ospedali e tutte queste informazioni orienteranno di nuovo la nostra scelta, un giorno. E sì, torneremo a fare pubblicità come una volta. D’altronde il caso di Amuchina, top of mind quando si parla di un igienizzante per mani a base alcolica, ha dimostrato che gli spot TV hanno ancora il loro perché.
  • Il senso di responsabilità viene prima del senso dell’umorismo. Quei brand che all’inizio hanno tentato di trasformare un momento nebuloso in un’opportunità per mettersi in luce con l’ironia ne sono usciti un po’ infangati. Molto meglio è andata a chi ha usato la leggerezza, più che la superficialità.
  • Il pericolo maggiore per la comunicazione della tua azienda è racchiuso nelle decisioni passate. Banner e post social programmati in precedenza e dimenticati potrebbero essere fonte di crisi se rappresentano immagini di gruppi, magari all’aria aperta, e testi che invitano a uscire di casa.
  • Se possiamo rallentare i nostri ritmi di vita, possiamo anche prenderci una pausa dalla corsa all’instant. Non devi per forza commentare qualcosa riguardo alla situazione attuale dai tuoi canali aziendali. È una regola che varrebbe sempre, oggi più che mai visto che stiamo parlando di un’emergenza sanitaria, non di una puntata di Black Mirror.

E voi, avete notato altri cambiamenti insorti insieme al Covid-19?

Esistono le direttrici creative?

“Facciamo qualsiasi mestiere, possiamo conquistare ogni carica, in fondo. Siamo protagoniste delle pubblicità e dei film. Ma se è per questo, di immagini femminili è piena da sempre anche la pornografia. Non è la quantità a fare visibilità. È la considerazione, è l’autorevolezza, sono i ruoli che ricopriamo.”

Basta!

Come rilevato dalla ricerca di UNA, nelle società di comunicazione le donne rappresentano il 65% della forza lavoro. Se saliamo ai piani alti, però, la quota femminile scende inesorabilmente fino ad arrivare al 36%, poco più della metà. Per questo darei il doppio della visibilità a quelle donne che operano nelle stanze dei bottoni, così da dare un segnale a chi sta per iniziare nel nostro settore, ma anche a chi c’è già da tempo.

Quando mi hanno riferito che da settembre la testata “YouMark!” sta conducendo una serie di interviste proprio alle professioniste che ricoprono ruoli di potere, ne ero compiaciuta.

Mi piacerebbe parlarvi di questa lodevole iniziativa senza aggiungere “ma”. Ma pensiamo un attimo alla scelta di una parola piuttosto che un’altra.

Stefania Siani non è “un direttore creativo”. Non è nemmeno una dei “direttori creativi donne”, come si legge qualche riga più giù. È (la) direttrice creativa.

Come ha ribadito più volte l’Accademia della Crusca, poiché nella lingua italiana manca la forma neutra, siamo costretti a declinare le nostre parole al maschile o al femminile. Che in questo caso è direttrice creativa.

Sappiamo che non si tratta solo di cambiare qualche vocale; si tratta di cambiare immaginario.

Chiedete a un gruppo di bambine e bambini di disegnarvi “un direttore”: quanti hanno dipinto un uomo, e quanti una donna?

E nella vostra testa di adulti, si è affacciata subito un’immagine maschile o femminile?

Non voglio fare alcuna polemica con “YouMark!”, che anzi torno a elogiare per la scelta editoriale intrapresa, e v’invito a seguire le prossime interviste alle professioniste che hanno saputo conquistarsi un posto al vertice.

Che questo errore ci faccia però riflettere su quanto tutti noi, donne e uomini che lavoriamo nella comunicazione, abbiamo ancora da imparare sulla rappresentazione equa nei media.

La scelta delle parole e delle immagini sarà sicuramente uno dei temi che voglio affrontare con il collettivo delle professioniste.

A proposito: ringrazio una delle partecipanti, Stefania Rossi, per avermi suggerito il tema di questo post e il riferimento al lungo lavoro di divulgazione svolto dall’Accademia della Crusca sulla questione.

Le conseguenze della pubblicità

“Erano pubblicità, ma non m’importava niente dei prodotti, erano le modelle che m’interessavano. Le guardai per decidere come volevo essere.

Strappai le labbra rosse della ragazza che pubblicizzava sigarette, e il mento aggraziato della madre nella pubblicità della zuppa di pomodoro. Scelsi gli occhi azzurri della donna che adorava lo sciroppo d’acero e poi le ciglia bionde della ragazza che mangiava un hot dog. (…)

La fanciulla che vendeva biscotti aveva una bella fronte dalla pelle chiara e quella che beveva aranciata fluenti capelli biondi. Infine ritagliai le orecchie della giovane del succo d’uva: portava orecchini arcobaleno.

Incollai i vari pezzi sul pavimento in modo da comporre una faccia. Poi mi distesi sopra la mia ragazza dei giornali, come se per qualche strana magia potessi fondermi con quella fanciulla bionda dalla carnagione chiara, bella come mi sarebbe piaciuto diventare. (…)

Credevo di vedermi trasformata dalla mia creazione, invece ritrovai me stessa, anche se, guardandomi, pensai che forse non mi dispiaceva il modo in cui sul mio volto cominciavano a risaltare gli zigomi. Poi, però, ricordai che nessuna di quelle ragazze della pubblicità mi assomigliava neanche lontanamente, e pensai che qualcosa doveva pur dire. Non potevo essere bella in un mondo di biondine sorridenti.”

Il caos da cui veniamo

Collettivo delle donne nella comunicazione a quota 300 (-1)

297 iscritte al collettivo di donne nella comunicazione,

più la sottoscritta,

più un uomo – a proposito, Paolo, grazie ancora per aver condiviso l’iniziativa su LinkedIn.

In questi giorni ho ricevuto diverse domande; è giunto il momento di rispondere.

“Qual è la distribuzione sul territorio delle adesioni?”

Raccogliendo le varie città per provincia, in Italia siamo a

  • Milano: 92
  • Roma: 26
  • Bergamo, Torino: 8
  • Firenze, Verona: 7
  • Bologna, Padova, Varese: 6
  • Cremona, Modena, Napoli, Ravenna, Vicenza: 4
  • Perugia, Pesaro e Urbino, Venezia: 3
  • Ancona, Brescia, Cagliari, Caserta, Catania, Cuneo, Macerata, Monza, Parma, Pescara, Pisa, Pistoia, Treviso: 2
  • Alessandria, Alghero, Ascoli Piceno, Benevento, Cesena, Genova, Grosseto, Lecco, Lodi, Lucca, Massa Carrara, Nuoro, Pavia, Piombino, Potenza, Prato, Rimini, Salerno, Viterbo, Taranto, Trani, Trento: 1

Nel mondo:

  • Londra: 2
  • Basingstoke, Chiasso, Copenhagen, Dubai, Dublino, Jeddah, Los Angeles, Lugano, Parigi, Stoccolma: 1

 Se i conti non tornano è perché alcuni sondaggi devono ancora essere compilati.

“Faremo partecipare anche gli uomini?”

Un gruppo “per le donne” non è un gruppo “contro gli uomini”; se vorranno rimanere aggiornati sui nostri canali o assistere alle riunioni, non vedo perché dovremmo escluderli. 

“Come posso invitare altre donne a far parte del collettivo?”

Per ora, dicendo loro di scrivermi a flaviabrevi84[chiocciola]gmail.com

“Come sarebbe organizzato il lavoro?”

Durante un pranzo con Domitilla siamo arrivate alla conclusione che sarebbe efficace individuare le mentor – immagino che in italiano non esista un corrispettivo femminile – che, grazie alla loro esperienza e al fatto che sono già dei punti di riferimento nei rispettivi settori, potranno aiutare il collettivo per la parte di formazione, networking e rappresentanza. 

Il collettivo sarà fatto anche da tutte le iscritte che contribuiranno attraverso:

  • segnalazioni di notizie e relativo dibattito,
  • proposte di attività,
  • votazioni quando ci sarà da prendere delle decisioni,
  • altro (che non si sa mai).

“L’attività sarà completamente da remoto?”

L’attività sarà principalmente da remoto, ma mi piacerebbe riuscire a parlarci di persona almeno una volta al mese. Come vedete dalla distribuzione sul territorio, il punto di ritrovo più comodo per la maggioranza è Milano.

Certo, possiamo pensare a come far collegare chi non potrà esserci fisicamente. Certo, non stiamo escludendo la possibilità di fare trasferte in futuro.

“Ci sono realtà a cui ti sei ispirata (anche all’estero) e che posso iniziare a studiare per fare un po’ di benchmarking?”

Pensavo non esistesse nulla del genere, poi per caso mi sono imbattuta in quest’evento dove si parlerà di shesaid.so, la rete internazionale di donne che lavorano nell’industria musicale.  

Vi suona familiare?

Il soffitto di cristallo delle agenzie di comunicazione

“Le donne rappresentano il 65% della forza lavoro, percentuale che rimane stabile in pressoché tutte le fasce di età. Si tratta chiaramente di una peculiarità di questo settore, che lo differenzia sia dal mercato del lavoro italiano nel suo complesso, nel quale la quota di donne tra gli occupati è pari solo al 42%, sia al solo mercato dei servizi, dove le donne sono il 47%. Tuttavia, un forte divario di genere emerge proprio confrontando la percentuale media di donne tra tutti gli occupati del settore con quella nelle posizioni apicali delle società. Tra i dirigenti, infatti, la quota di donne scende drasticamente di ben 30 punti percentuali al di sotto della media di settore (passando da 66% a 36%).”

Il mercato del lavoro nel settore della comunicazione italiana

È stato pubblicato il secondo rapporto italiano del Centro Studi UNA e fossi in te ci darei un’occhiata.

Gli expat della pubblicità: intervista a Francesca Nobili.

Credo che ognuno di noi conosca almeno un pubblicitario che a un certo punto della propria carriera – puff! – scompare dai dintorni.

Scopri mesi dopo che non ha vinto al Superenalotto, ma ha cambiato comunque vita. 

Questi “expat della pubblicità” hanno valicato dei confini, a volte geografici, a volte simbolici, passando a fare tutt’altro lavoro.

Vorrei capire: perché? È per la pubblicità in sé? È per il sistema?

Se conoscete qualcuno che corrisponde alla descrizione, vi sarei grata se me ne scriveste alla mail flaviabrevi84[chiocciola]gmail.com.

Oggi inauguro quello che vorrei fosse un appuntamento periodico sugli expat della pubblicità con Francesca Nobili, ex copywriter a Milano, oggi…

Già Francesca, oggi cosa fai?

Vivo a Los Angeles, CA, la città per me più bella e interessante del mondo, dove lavoro come Art Director, Set Decorator e Prop Master per piccole produzioni cinematografiche, documentari, spot pubblicitari e video musicali. Amo costruire i mondi in cui avviene la magia del cinema e traggo immensa soddisfazione nel dare vita alla visione del regista. Inoltre, continuo a coltivare la mia passione per i corti in stop motion (o “passo uno”, perché l’italiano è la lingua più bella del mondo) come One-Woman Film Crew (questo lo lasciamo in inglese, per rispetto di Robert Rodriguez, l’originale). In pratica faccio tutto io, dall’Idea alla costruzione del set e dei pupazzi, animazione, riprese, montaggio, direzione di doppiaggio, sound design e post-produzione. Ho il controllo totale sul processo creativo, niente clienti, niente budget, niente deadline. Questa mia passione è ciò che mi ha fatto ottenere il visto come “Aliena di straordinarie abilità” (lo dicono loro, eh!) e i miei corti stanno ottenendo un buon successo nel circuito dei festival, specialmente qui negli USA. Perché neanche ci provo più a inviare i miei corti in Italia.

Quindi con la pubblicità hai chiuso?

Non esattamente. Da 10 anni lavoro come transcreator e VO Director, mi occupo della localizzazione di campagne internazionali e spot pubblicitari per il mercato italiano. Decisamente meno creativo come lavoro, ma mi consente di mantenere un legame con il mondo della pubblicità e di pagare le bollette.

Cosa mina di più la passione per il mondo della pubblicità?

In base alla mia esperienza personale, direi che sono due i fattori principali.

Passati ormai decenni da quando Volkswagen diede carta bianca a Bill Bernbach, il primo fattore è la mancanza di rispetto da parte del cliente nei confronti della professionalità e dell’esperienza dell’agenzia e/o del creativo. Siamo (ops, siete) diventati meri esecutori del gusto personale di chi non capisce una fava di comunicazione e creatività, ma paga e quindi muti. Ma paga, e quindi rosso su blu, l’accento sbagliato sul perché (grrr) e l’ormai celeberrimo “me lo fai un po’ più grande”. Mentre a Cannes si mandano le campagne fake per farsi belli con la pashmina al collo e la fidanzata celebrity sotto braccio.

E, guarda un po’, il secondo fattore è la mancanza di rispetto dell’agenzia stessa nei confronti di chi ci lavora. Quelli che hanno vissuto i fasti degli anni ’80 oggi sono aggrappati alla poltrona e al loro stipendio ingiustificato con le unghie e le dentiere. Non importa se chi hanno assunto a co.co.dè ne sa più di loro, è oggettivamente più bravo, si aggiorna, sa fare e ha voglia di fare. Non importa se ‘sti poveri illusi continuano a fare le 2 del mattino per vincere gare che mai saranno riconosciute loro. Neanche internamente. Neanche con una pacca sulla spalla. Neanche con una pizza dei cinesi quando lavori in agenzia anche la domenica e fuori ci sono 20 cm di neve e l’AD passa a controllare che stiate davvero lavorando (duh?!), si dà una grattata di palle e va via ché lo aspettano da Cracco. Troppo dettagliato? L’ho detto che avrei parlato in base alla mia esperienza personale.

E così, chi sa fare e ha voglia di creare, piuttosto rischia e diventa freelance, per poi interfacciarsi direttamente col cliente di cui sopra. E così, dopo diecimila modifiche ridicole e i tanti, troppi mancati pagamenti, chi sa fare e ha voglia di creare, si mette a fare altro.

Perché non si sceglie di essere creativi. Essere creativi è una necessità. Come uno starnuto. E si sa che bloccare uno starnuto può avere serie conseguenze sulla salute.

E si sa che i creativi hanno un ego tutto particolare.

Bisogna rispettare il creativo.

Altrimenti finisci come stanno finendo tante agenzie pubblicitarie. Male.

David Ogilvy diceva “Tolerate genius”.

Oggi, probabilmente, sarebbe costretto a dire “Respect genius”.

Conosci altri “expat” della pubblicità come te? Mi riferisco a persone che non sono necessariamente andate via dall’Italia, ma che sono scappate dal nostro lavoro.

Ne conosco qualcuno ed è interessante il fatto che anche loro erano copywriter e si sono dati ad arti visive. Sono diventati tatuatori, fotografi, registi… Dalle parole alle immagini. Non posso parlare per loro, ma per me si è trattata di una necessità (come sempre). Avevo mille storie in testa e le parole non mi bastavano più. Così ho iniziato a muovere oggetti, millimetro dopo millimetro, davanti ad una telecamera, e ho appreso ciò di cui avevo bisogno per dare vita a quelle storie. Nel farlo ho scoperto la pace mentale del lavoro manuale e da lì a costruire mondi a suon di martello e trapano è stato un attimo. Più o meno.

Giusto per non lasciare chi ci legge e la sottoscritta in compagnia di ansia e pessimismo, ci fai vedere uno dei tuoi corti e puoi giustamente vantarti dei risultati ottenuti? 

Nessuna ansia e pessimismo, anzi, spero che la mia storia sia di ispirazione. Se hai passione per ciò che fai e hai voglia di fare, tutto è possibile. Oggi non rimpiango nulla. Ho sofferto e combattuto, ho pianto (tantissimo) ma non ho mai smesso di crederci. Impossibile. A muso duro e cuor leggero, oggi vivo la vita dei miei sogni, all’insegna della creatività e della libertà. E, soprattutto, non mi annoio mai. Ma lasciare l’Italia era un passo necessario verso questo obiettivo. Non sarei mai riuscita a fare a Milano o Roma quello che sto facendo qui. Perché non basta la voglia di fare e una certa dose di talento, serve anche l’opportunità.

E gli Stati Uniti mi hanno dato quell’opportunità che, nel giro di tre anni, mi ha portato a calcare un bel po’ di red carpet e finire su Getty Images, anche se faccio ancora tanta fatica a mettermi in posa come una piccola teiera. Decisamente sono più a mio agio dietro la telecamera.

A Tale Of A Sassy Little Girl è, in ordine cronologico, il mio ultimo corto. L’idea iniziale era quella di realizzare un video per augurare Happy Halloween ma, per il principio che alla fine faccio sempre quello che voglio, mi sono ritrovata a raccontare la storia di una bambina che affronta e sconfigge i suoi “mostri” con coraggio e, soprattutto, grazie alla sua creatività. 

Un messaggio per me molto importante, in quanto donna e creativa.

E adesso la ruota di pavone. Cerco di farla breve.

La mia Sassy Girl è stata proiettata a 26 festival cinematografici. È arrivata semifinalista a 4, finalista a 2, ha vinto 9 premi tra cui 3 come Miglior Corto di Animazione, e mi ha valso 2 premi personali, il Wonder Woman Award e il Best Women Over 40 (subito ribattezzato “premio geriatrico”).

Ma, se mi consenti, vorrei approfittare di questa opportunità (vedi quanto è importante per un creativo avere un’opportunità?) per mostrare un altro corto a cui sono molto affezionata e che non è mai riuscito a sbarcare in Italia. È un mini documentario a passo uno sulla vera storia di Francesco Leonardi, l’inventore dell’Amatriciana. Ho realizzato questo corto come parte della mia serie di ricette animate, ma soprattutto per commemorare le vittime del terremoto del Centro Italia del 24 agosto 2016. L’avevo inviato a dei festival romani, ma… Vedi sopra.

Collettivo donne della comunicazione – giorno 1

“Quando il compito che ci diamo ha l’urgenza della passione, non c’è niente che possa impedirci di portarlo a termine.”

Storia di chi fugge e di chi resta

Dicono che non sappiamo fare gioco di squadra, eppure più di 200 professioniste si sono dimostrate interessate al collettivo delle donne della comunicazione e della pubblicità.

Alcune sono arrivate su segnalazione di una collega, moltissime dal post LinkedIn di Paolo Iabichino, una su suggerimento del marito.

E poi c’è lei, che non potendo aderire perché ha fatto altro nella vita, ha comunque espresso la sua partecipazione.

Messaggio mamma collettivo donne della comunicazione

Quindi, grazie. Grazie a chi ha capito che questo collettivo “per donne” non è “contro gli uomini” e che ora, direttamente o indirettamente, ne fa parte.

Ieri ho inviato un’email per conoscere un po’ meglio la composizione del gruppo, ma soprattutto per rispondere alle 3 domande principali che mi sono state fatte sull’argomento. Le riporto anche qui, ché non abbiamo niente da nascondere.

PERCHÉ CREARE UN COLLETTIVO?

Mai come oggi la comunicazione presta attenzione al modo in cui le donne vengono rappresentate. Ma non basta fare una pubblicità che faccia leva sulla parità di genere: serve che l’azienda che la firma e l’agenzia che l’ha creata siano le prime a metterla in pratica. 
Dando alle donne le stesse possibilità di carriera degli uomini. 
Assicurando parità salariale a fronte della medesima esperienza, competenza e rilevanza. 
Promuovendo un ambiente lavorativo inclusivo, a partire dal linguaggio usato.
Comunicando, quindi, una rappresentazione della donna libera da vecchi stereotipi e pregiudizi.

IN COSA CONSISTE?

Il collettivo è un gruppo di professioniste della comunicazione che hanno l’intenzione di andare oltre le classiche divisioni (ruoli gerarchici, competizione tra aziende) per portare avanti un unico messaggio: la parità di genere si comunica anche con i fatti.
Per questo il collettivo sarà impegnato in:

  • Attività di formazione, informazione e aggiornamento al suo interno;
  • Campagne di sensibilizzazione verso il grande pubblico e le aziende;
  • Creazione di occasioni per fare networking.

Poiché l’adesione al collettivo è su base volontaria, ognuna ha il sacrosanto diritto di partecipare come può, quando può.
La vera forza del collettivo risiede nella coesione delle persone che lo formano e nell’eterogeneità delle figure professionali rappresentate.

SÌ, MA IN PRATICA? CHE FACCIAMO?
Per cominciare dovremo:

  • Dare un nome a questo collettivo e darci uno statuto; 
  • Decidere e calendarizzare gli appuntamenti e le attività, quindi procedere con la loro organizzazione; 
  • Scegliere la strategia dei canali da usare per la comunicazione interna ed esterna, quindi loro implementazione e aggiornamento;
  • Stendere un manifesto per le aziende e le agenzie che operano nella comunicazione.

E dovremo fare tutto questo insieme. 

Se non avete ricevuto la newsletter o se volete entrare a far parte del gruppo, scrivetemi nei commenti.

In evidenza

AAA cercasi donne che lavorano nella comunicazione.

Niente cambia all’istante. In una vasca che si scalda a poco a poco, finiremmo bolliti vivi prima di accorgercene.

Il racconto dell’ancella

Nel 2010 seguivo almeno una quarantina di blog sulla comunicazione. Erano di due tipi: quelli che mostravano le pubblicità e quelli che parlavano dell’advertising.

In quest’ultimo gruppo, a volte ci si spingeva anche su argomenti scomodi, come le gare selvagge e il precariato a tempo indeterminato dei giovani.

Dietro il nickname del blogger poteva celarsi un direttore creativo come uno studente. E almeno in questo campo, non esisteva gender gap: le donne erano tante quanti gli uomini. Eravamo in quel magico momento in cui ti sembra che una nuova tecnologia stia davvero cambiando le cose e che tu stia contribuendo a quel miglioramento. Era un’illusione, naturalmente.

Nel 2012 la principale piattaforma su cui poggiavano questi blog, la compianta Splinder, chiudeva i battenti mentre stava emergendo la nuova tendenza di mercato: il microblogging dei social network.

Facebook, Twitter, LinkedIn: quelle che oggi consideriamo come le reti che aiutano ad avvicinarci, in realtà sciolsero le community dei comunicatori di professione, perché tutti erano diventati partecipanti attivi della comunicazione di un brand.

E oggi che non siamo più protetti da nickname ma abbiamo un profilo che riporta il nostro nome e cognome, siamo un po’ meno portati a scrivere di quell’agenzia che fa lavorare gli stagisti fino alle 2 di notte, o quell’azienda che invia i brief di venerdì chiedendo delle proposte per il lunedì.

E sono sparite le donne, le insider del mondo dell’advertising. Devo quindi pensare che sia tutto risolto? Che se vado a spulciare le risorse interne, non noterò una discrepanza tra la percentuale di donne ai piani bassi e quelle al vertice? Che è stata raggiunta la parità salariale, a differenza di ciò che sta succedendo nelle altre industrie? E che tutto ciò è confermato dal fatto che non c’è più oggettivazione del corpo femminile in pubblicità?

Questo blog nasce per trovare le risposte a queste domande. Insieme lo faremo meglio.

Cerco donne che lavorano nel campo della comunicazione e che hanno voglia di stendere un piano per far sentire la nostra voce.

Non m’interessa che siano professioniste da uno o trenta anni, che lavorino in azienda o in agenzia, che siano in una piccola realtà o in una multinazionale.

Il modo in cui le donne vengono raccontate oggi dipende anche da ciò che esce dagli uffici in cui passiamo le nostre giornate, per questo dobbiamo essere partecipi della nostra stessa narrazione.

Sia chiaro che non ho niente contro gli uomini – d’altronde ho tanti amici maschi – per questo, se volessero aiutarmi, potrebbero farlo condividendo questo post sui social o segnalandolo alle loro colleghe, cape, amiche, compagne, parenti.

Buon nuovo inizio a tutti.